Ciao Pa’

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Il mio mondo non è più lo stesso da oggi. Il dolore è una strada tortuosa e in salita, mi accorgo che va percorsa a piedi e io sono in affanno. Il mio papà si è spento e con lui la speranza di un futuro incerto e doloroso, ma almeno insieme. Adesso lo guardo, immobile, lo guardo mentre sembra dormire. Penso all’uomo che è stato: sempre attivo, impegnato, affaccendato in mille cose. Lo vedo nelle sue passioni: il mare, il bricolage, i viaggi intorno al mondo, il pianoforte e la fisarmonica, la filatelia. Guardo le sue mani rugose e macchiate e rivedo le mani forti e volitive. Le palpebre cascanti sembrano adesso gli occhi vispi e curiosi. Il suo naso è uguale al mio – o viceversa. Lo vedo ragazzino, salire e scendere da mille treni su e giù per l’Italia insieme al suo amico d’infanzia, Pepuccio. Lo vedo sulla spiaggia, incontrare gli occhi di mia madre ragazzina, occhi profondi e lunghe trecce che cadono sulle spalle. Lo vedo mentre si innamora. Lo vedo il giorno del suo matrimonio, bellissimo con la freschezza dei suoi trentadue anni. Il tempo è stato clemente con lui fino a tre anni fa. La Vita ha scelto di colpirlo là dove gli ha fatto più male: la capacità di muoversi e l’autonomia. Ha sempre detto di non avere paura della morte, tantomeno della sofferenza fisica; lui avevua paura di dover dipendere da qualcuno, di ridursi in un letto come un vegetale. Ricordo quando lo diceva. E ricordo anche che diceva a me e ai miei fratelli “voi sarete il bastone della mia vecchiaia”. Io neanche capivo cosa volesse dire. Ho visto un uomo nuovo e diverso. E allora i pensieri che si riempiono del mio amore mi fanno pensare che gli avrei donato il resto dei miei giorni pur di farlo vivere ancora. Ma non è naturale. Sono i figli a dover vedere morire i propri genitori, non il contrario. Questo dovrebbe essere l’ordine naturale delle cose. Guardo la sua passata fragilità. Guardo i suoi occhi chiusi e intravedo lo sguardo tenero malcelato dalla severità. Mi trovo alla veglia funebre di un uomo vinto dalla malattia. Io sono qui, con la voglia di abbracciarlo e baciarlo in un tempo senza fine per non lasciarlo andare mai. È uno strano momento, questo della vita in cui si è e non si è. Torno a pensare: chi è stato mio padre? La risposta non può che risiedere nella parola Amore. L’amore incondizionato per sua moglie e i suoi figli, dimostrato incessantemente. L’amore per ciò che faceva, qualunque cosa fosse. L’impegno profuso in ogni impresa. L’amore per la sua vita, a cui è rimasto attaccato fino all’ultimo respiro. L’amore per la sua famiglia, i suoi fratelli, le sue sorelle, i suoi nipoti, i suoi cognati. Gli amici, quelli d’infanzia e quelli conosciuti nel tempo. Tutti amati indistintamente e infinitamente e che infinitamente lo hanno ricambiato. Perché l’Amore che ci ha insegnato nostro padre è stato insegnato con l’esempio ogni giorno, non con le parole. Si è spento un grande uomo e un grande papà. Il mio papà.

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Il rifiuto

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Non rispondeva ai messaggi né alle telefonate, e allora sono andata a casa sua poco prima di mezzogiorno. Ho citofonato insistentemente prima di ricevere il suo “chi è?” che sembrava arrivare direttamente dall’oltretomba. Salivo le scale e pregavo “fa’ che stia bene”. Teneva la porta appena scostata, giusto lo spazio necessario per intravedere la sua testa rivolta verso il basso.

– Beh? perché non rispondi al telefono? Come stai?
– Sto…be-ne.
Non aspettavo davvero una sua risposta. Ho spinto la porta, i miei occhi erano accecati dall’oscurità. Proseguivo a tentoni, cercando di visualizzare il divano in mezzo alla stanza che dovevo superare per raggiungere la finestra.
– Apriamo un po’, c’è bisogno di luce…e di aria fresca.
Neanche sembrava la stessa casa, quella che era finita più volte sulle riviste di design. Lei intanto si riparava gli occhi, era accecata come lo ero io un attimo fa, lei dalla luce improvvisa però.
Un plaid sul divano ed un guanciale con una federa che doveva aver visto giorni migliori mi facevano immaginare che quello lì era diventato il suo letto. Intorno, a terra, sacchetti di patatine, bottiglie vuote, involucri viola di cioccolato, i cuscini da quattrocento euro ciascuno con sopra i cartoni della pizza. Anche loro avevano avuto tempi migliori. I cavalli di Hermès dovevano andare nella direzione giusta, eh. Guai se dopo esserti alzata dal divano li lasciavi a testa in giù. I cavalli devono essere liberi di correre e di galoppare, diceva. E adesso seta preziosa e cartone sporco di salsa di pomodoro si confondono tra loro, a terra, tra residui di cibo e mozziconi di sigarette.
Polvere e sporco ovunque, e lei – lei! – capelli unti e viso coperto di brufoli segnato da pesanti occhiaie.
– Stavo dormendo…
Come a voler giustificare il suo stato disumano.
– È ora di una doccia, intanto io dò una ripulita in giro.
Mi dirigo verso il bagno. Faccio scorrere l’acqua, ma lei è immobile dove l’ho lasciata, accanto alla porta.
– Guarda che non sale più nessuno, spostati di là. Arriva l’acqua calda, dai, su, sotto la doccia!
– Lo so che non c’è più nessuno. Neanche mi risponde più. Cioè.. neanche al telefono… figurati se viene qua… Lui… lui mi ha abbandonata… per sempre…
– Ah, è di questo che si tratta? Una delusione d’amore?!
– No, no… cioè…sì, una delusione, ma non d’amore.
– Vieni qua, lavati. Non esistono le delusioni, così, d’emblée.
– Esistono. E ti fanno sentire tutto il fallimento. Come persona, dico… cioè. Mi ha rifiutata. Come gli altri due. Mi ha buttata via.
– Scemotta, vieni qui e lavati. Tu sei un tesoro. Nessuno ti butterebbe via. Lavati. E lava via pure questi pensieri stupidi. Se sei stata rifiutata non vuol dire che non vali niente, che sei fatta male o che non dai emozioni. Sono sicura che lui non ha disconosciuto il tuo valore nella sua interezza. Sarebbe un pazzo.
Lei mi guardava con i suoi occhioni gonfi di lacrime, e io avrei voluto picchiarla per quanto mi faceva rabbia vedere quanto stava sbagliando.
– Guarda che qualcosa di te non è compatibile con qualcosa di lui, tutto qua! È la normalità, il quotidiano, l’estrema sintesi di ogni rapporto umano.
La guardavo mentre si spogliava, con quell’aria da bambina fragile nel corpo di una donna che pure ha sofferto cose inimmaginabili. Avrei voluto trovare le parole giuste, ma sapevo di non dover dare corda all’atteggiamento vittimistico.
– Hai valutato davvero le sue ragioni? Ne avrà pure qualcuna se è arrivato a darti il benservito.
– Sì, ce le avrà… non dico di no. Però non si fa così.
– Essere respinti non è una bella esperienza, ed è anche giusto che provochi una reazione dolorosa. Poi però passa. Passerà come è passato tanto altro. Passerà come ogni altra delusione nella vita.
– No, questo non passa.
L’acqua cominciava a scorrere sui suoi capelli e sul suo volto, mescolandosi alle lacrime. Poi chiuse di scatto le ante del box di cristallo. Ed io non capisco come ci si possa ridurre in questo stato.
– I tuoi amici dovrebbero offendersi. Guarda loro, guarda in quanti ti vogliamo bene! Noi siamo decine e decine e tu ti preoccupi di uno solo a cui non piaci! Smettila di pensare che devi piacere a tutti, scemotta.
La vedo immobile fissarsi la punta dei piedi. Potrebbe essere ovunque, non si accorge neanche dell’acqua che le scorre addosso. Apro il box e le passo lo shampoo.
– Sbrigati! ché andiamo a prendere una cioccolata calda.
Le dico che passerà, sperando che sia vero.
Essere rifiutati non è piacevole, è come morire un po’ alla volta, lentamente. Ad ogni nuovo rifiuto pensi di essere più forte, di riuscire a reagire meglio dell’ultima volta, ma non è affatto così. In realtà ogni nuovo giorno si staccherà un pezzo di cuore e si spegnerà per sempre. Le emozioni, queste maledette. Hai un cuore agonizzante che vorrebbe implodere, forse esplodere, comunque in modo definitivo; ed invece è costretto a morire ogni giorno un po’ di più.
Ogni tanto penso che non bisognerebbe lasciarsi ingannare dalla nostalgia di ciò che poteva essere. Ed invece. Non poteva essere nient’altro, altrimenti lo sarebbe stato. Fa un male cane.

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Il mio racconto

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E poi alle due di notte cestinare tutto ciò che hai scritto su iPages alla voce “il mio racconto” senza neanche rileggere. Perché ti accorgi che non ne sei davvero capace. Perché non riesci a risolvere il problema del confine tra il reale e il fantastico; tra ciò che sei e ciò che immagina la tua creatività; tra ciò che è tuo e ciò che attingi dagli altri. L’idea che io possa sembrare o diventare o essere confusa con ciò che immagino mi fa rabbrividire. Tutto nel cestino, così, senza rimpianti. Torno a scrivere di getto ciò che mi passa per la testa.

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Presuntuosa

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Sarò sempre dalla tua parte. E non perché io non sia capace di un pensiero autonomo. I nostri caratteri e il nostro modo di relazionarci alle cose sembrano allontanarci e renderci incompatibili. Ma è solo l’approccio differente, perché, a guardare bene, condividiamo l’essenza. Siamo lontani e distanti, nello spazio e nel tempo, ma condividiamo la stessa natura, gli stessi valori, lo stesso sentire. So che ci capiamo alla perfezione, pur conservando ognuno la propria identità. Non ho bisogno di altri giorni per sapere come sei. È come desiderare di raggiungere lo stesso luogo, e riuscirci, pur percorrendo strade diverse. Ogni giorno insieme sarebbe così. Stessa partenza e stesso traguardo, ma ognuno di noi riesce a mantenere la libera scelta di percorrere strade differenti. Io arrivo sempre un po’ in ritardo. Chissà perché. Forse la tua esperienza ti fa scegliere la strada migliore, e io invece mi perdo. Ma arriva il momento in cui tutto mi è chiaro. Al mio traguardo giornaliero mi accorgo che tu sei già lì. Il mio cuore si gonfia di gioia. Noi ci sentiamo, ci capiamo e condividiamo. Ecco perché ti dico che sarò sempre dalla tua parte. Non per il sentimento, per conformità, o per paura di perderti. Perché la tua parte è anche la mia parte. Non ha molto valore nelle circostanze in cui ci troviamo, ma intanto c’è. Ed è una complicità che nessuno potrà toglierci. So che senti queste stesse cose. Lasciami essere presuntuosa.

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Epifania

Adorazione dei Magi, Giotto. Cappella degli Scrovegni, Padova.
Adorazione dei Magi, Giotto. Cappella degli Scrovegni, Padova.
Dodici giorni dopo la sua nascita, Gesù bambino si manifesta all’intera umanità. I Magi sono arrivati finalmente al suo cospetto, seguendo la stella di Betlemme.
“Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo” (Vangelo di Matteo, II).
I tre astronomi (o sacerdoti zoroastriani) non hanno nulla a che fare col mondo ebraico, eppure hanno percorso centinaia di chilometri per portare i loro doni al nuovo nato, e riconoscerne così la sua magnificenza.
Nel mio presepe di bambina i Magi partivano sui loro cammelli addirittura dall’altra parte della stanza, e ogni giorno, al mio risveglio, percorrevano qualche passo verso la capanna.
Ognuno di noi dovrebbe avere la sua epifania. Mostrarsi al mondo per ciò che si è. Avere il coraggio dei propri sentimenti. Il coraggio del cuore.

 

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Bologna

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Mi piace

J.W. Waterhouse
J.W. Waterhouse
Mi piace il tepore di casa al rientro da una giornata piena di impegni. Lenzuola fresche di bucato. L’odore dei popcorn appena fatti. E mangiare i popcorn sul divano guardando il soffitto della stanza. Mi piace il sorriso di saluto degli estranei quando salgo sull’autobus. Mi piace Nuite Etoilèe di Van Gogh. L’odore di pulito. L’aria fresca di questi giorni dopo un’estate torrida. Il vento sul viso. Il rumore della pioggia insistente quando sto per addormentami. Il tintinnio di due calici di cristallo. I fiordi norvegesi. La pizza napoletana. Guardare i vecchi album di fotografie. Il colore turchese. L’arredamento e gli oggetti di design. Le riviste di architettura. Gli annunci immobiliari. Leggere un quotidiano appena sveglia. Sorseggiare un tè fumante nei pomeriggi autunnali. Dipingere una tela bianca. Scoppiare tra le dita il pluriball. Vedere crescere dal nulla i germogli delle piante. Il cioccolato pregiato. Le praline artigianali. L’odore delle pasticcerie. L’odore delle librerie. I film con Romy Schneider. Stare al sicuro in casa quando sento le sirene per strada. I miti greci. I visi delle donne dei preraffaelliti.

In sogno, il terzo

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E poi, come promesso, tornò da lui per la seconda volta. Lo vide arrivare col passo calmo e i suoi capelli spettinati ma lucenti. Stringeva un plaid con una mano, e un bigliettino di carta e una penna nell’altra.

– Copriti, Robè, ché le notti estive sono fresche, anche se non sembra. Possibile che debba pensarci ancora io a queste cose?!
– Renà, il pensiero non è necessariamente pensato – disse poco convinto – almeno non consapevolmente pensato.
Poi tornò a rimuginare tra sé e sé. L’altro lo guardava da lontano, e i suoi occhi sembravano volergli carezzare il viso.
– Il pensiero si pensa da solo – continuò Roberto, mentre sistemava il plaid che gli aveva passato per coprirsi – il pensiero si autoalimenta, perché io neanche ci voglio pensare. È il pensiero che si pensa da solo dentro la mia testa.
– Vabbè, e allora…
– No, no, dove vai? – disse concitato per fermare Renato che stava già voltando le spalle. Si alzò dal dondolo di vimini e cercò di avvicinarsi, tendendogli una mano. Mi manchi, gli parve di pensare. Poi provò a dirlo ad alta voce.
L’altro capì, o forse ascoltò, comunque comprese e quindi sorrise il suo sorriso più luminoso e coinvolgente. Roberto si avvolse interamente nel plaid, e muoveva con un piede le foglie sul selciato, in silenzio, come in imbarazzo.
– Robè, guarda cosa ho imparato – ruppe il silenzio –  è cinese, si pronuncia yì rì sàn chiù – disse mentre scriveva sul bigliettino qualcosa di incomprensibile – tienilo a mente, così puoi dirmelo anche in giapponese ciò che stai pensando. Mo me ne vado, stammi bene!

Rimasto solo, Roberto entrò in casa, chiuse con un movimento veloce la portafinestra dietro di sé e tirò le tende. Si avvicinò al computer e cercò il significato di quella frase. Quando l’ebbe trovata, una lacrima bagnò il suo viso, come una carezza delicata. Si buttò sul letto e si mise a fissare il soffitto, come a volerlo sfondare e andare oltre. Raccolse tutta la voce che aveva dentro e disse, deciso:
– Renà, io ti penso per farti trovare un posto al calduccio dove tu possa riscaldarti, perché le notti estive sono fresche.
Rilesse poi il bigliettino: yì rì sàn chiù… un giorno, tre autunni.
E mentre le sue emozioni si manifestarono in mille sfumature diverse, lui si ritrovò e si riconobbe, non doveva più lottare tra la ragione, i sentimenti e la ragione dei sentimenti. Non aveva più importanza quanto tempo aveva impiegato per scoprire la sua essenza. Sentì di essere vero e vivo. Si calmò e finalmente dormì. E sognò pure.

Sul monitor rimasto acceso c’era scritto: tipico proverbio cinese usato quando ti manca qualcuno così tanto che un giorno pesa come fossero tre anni.

In sogno, il secondo.

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E poi apparve anche a me, con il suo “buongiorno, dottoressa” buttato lì in modo distratto, perché stava già pensando oltre, perché non amava i fronzoli, tantomeno i convenevoli. Concreto e pragmatico, sì, quella doveva essere la parte femminile di lui. Sistemò con una mano la cintura, con l’altra allargò il nodo della cravatta, poi saggiò la sedia e prese posto alla scrivania. Proteso in avanti, le braccia vicine e le mani unite sembravano formare una freccia che mi indicava. Guardò l’orologio, e anche questo doveva essere rimasto come gesto abituale, ma ormai inutile, perché il quadrante non aveva più le lancette. Poi parlò.

– Intanto voglio ringraziarti per il lavoro che stai facendo…
– Ma io non…
– Zitta, non parlare, almeno adesso non farmi più ‘na capa tanta! Parlo io, adesso. Ho visto quella freccia che ti ha colpita. Era diretta a te stessa, devi saperlo. Tu sei una persona speciale, e anche lui lo è. Siete due capolavori. Entrambi avete bisogno di amarvi di più, di amare voi stessi. Ecco perché quella freccia. Sei tu l’arciere e sei tu il bersaglio. Oh, non fare quella faccia. È così, da qua tutto mi è più chiaro. 
– Ma non posso essere contemporaneamente arciere e bersaglio!
– Oh, sì, invece. E questo lui già lo sa. Tu, invece, devi capirlo. Devi amarti, perché tu non ti ami. E quando te ne accorgerai, sarà il momento esatto in cui già avrai già imparato ad amarti. 
– Ma io devo chiederle una cosa: perché il nostro…
– Uffa, parli troppo. 
– Non volevo interrompere, però..
– E invece l’hai fatto e continui a farlo.
– Scu..
– E non scusarti! – interruppe bruscamente. Il tempo, il tempo è prezioso, anche dove il tempo non c’è. Io vivo senza tempo, ma parlo con te che ne hai ancora. Impara a dosare il tuo tempo! Tornerò a parlarti quando ne sarai capace! Intanto fa’ la sorella, ché sei bravissima! E aiutatevi l’un l’altra… Scemuncelli!

Si alzò dalla scrivania, e scomparve. Lui non lo sa, voleva fare il burbero, ma io ho intravisto il suo sorriso sornione.

In sogno, il primo.

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Aveva i capelli spettinati, come spesso accadeva nell’ultimo periodo della sua vita. E la barba incolta, più un nuovo vezzo che un reale disinteresse. Si piaceva così. Per anni aveva evitato gli occhiali, pur avendone bisogno, tanto che ormai quel suo strizzare gli occhi era diventato un gesto incontrollato. Poi, un giorno d’autunno di qualche anno fa, la figlia lo aveva convinto – Papo sembri più giovane così – e dunque una montatura d’osso bianco e grigio apparve sul suo naso dritto e lungo. Strizzò gli occhi ancora per un bel po’ di settimane, ma era un’abitudine che sarebbe stata destinata a scemare, se ci fosse stato il tempo.

E in questo modo gli apparve quella notte in sogno, spettinato, con la barba incolta e gli occhiali di osso bianco e grigio. Lui stava dormendo abbracciato al cuscino, col suo pigiama sbiadito tirato fin su le ginocchia. Voltò la testa dall’altra parte, girò il cuscino dal lato fresco e poi intravide quella sagoma così familiare. Non dormivano nella stessa stanza da quando erano piccoli. Seduto in mezzo al letto, aveva quell’aria seria dei momenti importanti.

– Robè, disse, dobbiamo parlarne.
– Aspè, rispose l’altro, mo c’ho sonno, fammi dormì.
– Se ti dico adesso, è adesso.
– Uà, e che è così importante?!
– Ne abbiamo già parlato una volta, mi avevi chiesto un consiglio.
– E me l’hai dato?!
– E certo, ma adesso so’ più sicuro.
– E non me lo puoi dire domani?
– E no, per forza adesso.
– E vabbuò, sentiamo. Ma papà lo sa?!
– E che c’entra u papà?!
– Renà, ‘un ti capisco, ch’a m’hai da di?!
– Robè, ogni donna tene tre caratteri: quello che tene davvero, quello che mostra e quello che pensa d’avere. Nun to scordà.
– Tutto chistu?
– Eh.
– E tu sulu pe chistu m’hai rivigliatu?
– E te pare poco?!
– Renà, va ti curca, e dormi, ch’è meglio.

Roberto si rigirò, abbracciò di nuovo il cuscino, e si addormentò. Renato sorrise, gli tirò il pigiama fino a coprirgli le caviglie, sorrise di nuovo. Poi se ne andò.