La Ragione dell’Informale

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Entro in punta di piedi nella grande galleria che ospita le opere più recenti del Maestro Alberto Badolato. Mi sorprende che i quadri non abbiano un testo di accompagnamento, ma è solo un attimo. Rapita dai colori e dalla materia protagonista assoluta, realizzo che mai come ora tutto ciò che è in grado di veicolare un messaggio è testo: che sia verbale, o visivo o tattile ha poca importanza.

Non sento più l’assenza delle parole che intitolano o chiariscono o accompagnano o svelano. Anzi. Lettere articolate in parole ed in frasi sarebbero un’inutile ridondanza. Capisco che è una scelta ben precisa dell’Artista, e sorrido pensando all’umiltà di chi non pretende di spiegare il proprio lavoro e non impone il suo senso. L’Artista sceglie di far parlare la materia, diventa artigiano che mette le proprie mani a disposizione dell’Arte, che ha scelto proprio lui per palesarsi al resto del mondo. È il Bello che plasma la materia forte e ruvida dello stucco sulla tavola di compensato, e l’Armonia la ingentilisce con la leggerezza dei colori lasciati in trasparenza, come fossero acquerelli.

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Proseguo nella mia visita e riconosco il tratto distintivo della foglia oro, molto amata dall’Artista. Sembra un ossimoro, il materiale pregiato accostato al povero. L’oro si mescola ai ritagli di carta da parati, agli scarti di compensato, ai residui di carta da giornale di una rotativa in disuso. Eppure, anche qui, è l’opera a parlare: come in un documentario naturalistico a velocità aumentata, mi mostra l’altrimenti lento lavoro del tempo che stratifica, e delle intemperie che levigano e modificano.

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Il mio occhio vede ed intravede gli strati di materia sovrapposti, ed immagina ciò che non si palesa. Il legno squarciato in più punti scopre lo strato dorato che sicuramente c’è sotto. Il colore rosso intenso nasconde gran parte del riquadro dorato, ma riesco comunque a percepire dove continua la linea formale. O forse è il rosso più leggero (talmente leggero da essere invisibile), che mi lascia vedere ciò che emerge della cornice dorata. Chissà.

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Immagino l’Artista al lavoro nel suo studio polveroso. Le imperfezioni del legno vogliono farsi notare, la carta inutilizzata chiede nuova dignità, i fondi di stucco nei barattoli di plastica bianca supplicano di non essere lasciati lì a seccare. E tutto si mescola nel perfetto equilibrio tra il superfluo e l’essenziale, seguendo il ritmo della musica che esce da quella vecchia radio sgangherata nell’angolo.

Non mi sorprendo di questa esperienza quasi sinestetica. Esco dalla galleria BeCause con gli occhi pieni di bello. L’unico rammarico, quasi inconfessabile, è che più di una volta avrei voluto avvicinare le dita alla superficie per toccane la consistenza.

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