Social: diritto di parola agli “imbecilli”?

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La dipartita di un personaggio famoso scatena, come di consueto, la caccia agli aforismi più celebri. Tra le frasi riesumate nel doveroso ricordo di Umberto Eco, quella estrapolata dalla lezione dello scorso giugno all’università di Torino ha suscitato indignazione.

“I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”.

C’è chi si è sentito dare apertamente dell’imbecille, chi  ha accusato il Professore di snobismo intellettuale e chi addirittura pensa che lui fosse troppo in là con gli anni per stare al passo coi tempi. Eppure, sarebbe bastato leggere un altro paio di righe di quell’intervento per calare nel giusto contesto la frase e scoprirne il vero significato.

Il Professore sollevava, infatti, il problema dell’autenticità delle fonti:  “Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità”.

Rispettando il significato semantico di imbecille (cioè privo di bastone, e da qui, in senso figurato, senza fondamento e conoscenza), il Professore ci ha invitati a prestare attenzione al pericolo e all’incapacità di capire se un sito sia attendibile o meno; non ha assolutamente messo in discussione l’altrui libertà di pensiero e opinione.

Umberto Eco aveva concluso così la sua Lectio Magistralis: “Il grande problema della scuola, oggi,  è insegnare ai ragazzi come filtrare le informazioni di Internet. Anche i professori sono neofiti di fronte a questo strumento”.

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