Lettere d’amore e ceralacca

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Nonno Amilcare, nato non nel secolo scorso, ma nell’altro ancora, aveva un timbro d’ottone con le sue iniziali. Mi sembra di vederlo: scrive una lettera alla sua amata, padroneggiando con sicurezza penna e calamaio, senza sporcare d’inchiostro la carta vergata a mano. Poi scioglie la cera nel punto in cui i vertici della busta convergono, e appone il suo timbro con decisione.

Giorni dopo – non so quanto tempo impiegasse nei primi del novecento una missiva ad arrivare a destinazione – nonna Caterina rigirava quella busta écru tra le mani e accennava ad un sorriso scorgendo quel tondino di ceralacca con le iniziali del suo promesso sposo. E subito si affrettava a rispondergli, avendo cura di spruzzare sul foglio, scritto fitto fitto, una goccia del suo profumo.

Sono passati cento anni dalla data del loro matrimonio. Quel timbro di ottone col manico di legno è ancora in un cassetto della scrivania del nonno. E con esso un album di foto dei figli e nipoti, qualche oggetto di cui non conosco l’utilizzo, e le etichette con cui lui conservava e ordinava meticolosamente i ninnoli più piccoli. Mi siedo alla scrivania, che oggi è di mio fratello, così come il timbro con le stesse sue iniziali, e ripenso a quanto ognuno di noi porti dentro di sé piccoli pezzetti degli avi che ci hanno amato ancor prima che nascessimo.

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