Quando le dita sulla Lettera 22

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Passarono mesi prima che lei potesse pubblicare qualcosa a suo nome. Iniziò a firmare con un generico “redazione”. Poi arrivò il tempo delle sue iniziali puntate. Ma forse era già passato un altro anno. Del resto, era solo una tirocinante. Niente di importante, intendiamoci, era solo gavetta. A quei tempi, era già un lusso saltare a piè pari la stesura dei necrologi e occuparsi direttamente dei comunicati stampa delle forze dell’ordine. E per questo era stata additata come la raccomandata di turno.

Arrivava in ufficio prima di tutti, sorrideva alle signore addette alle pulizie e si dirigeva verso il fax, già pieno di fogli. E poi ore ed ore a scrivere. Ogni tanto uno sguardo dalla finestra, al mare blu del golfo di Napoli. E poi di nuovo a testa bassa, a prendere padronanza con il nuovo sistema operativo Windows.

I suoi articoli, nient’altro che traduzioni dal “linguaggio militare” a quello “comune”, tornavano spesso indietro segnati di rosso e di blu dal correttore di bozze, un uomo col viso piccolo nascosto dai grandi occhiali con spesse lenti. Errori più o meno gravi, refusi – raramente errori grammaticali – ma tanti, tanti errori tipografici. Spazi dove non ci volevano, maiuscole che dovevano essere minuscole (e viceversa), uso improprio della punteggiatura, perchè invece di perché. Margini sbagliati, centratura non effettuata, capoversi dilaniati. Il correttore si accorse subito dei suoi sforzi per migliorare: gli errori non erano mai ripetuti una seconda volta. Il titolista, invece, ci aveva rinunciato… Troppo lungo, troppo corto, generico, sbagliato… Ormai ci ridevano su. Lei proprio non aveva il dono della sintesi, e di titoli ne avrà azzeccati quattro o cinque in tutta la sua carriera.

Oggi, invece, legge di rado, e non scrive quasi più, se non dettando qualcosa di ciancicato alla cara nipote. I capelli bianchi non sono l’unico dono della sua vecchiaia: gli occhi curiosi vedono sempre meno, le dita veloci sulla Lettera 22 sono deformate dall’artrite reumatoide. Quando riesce, legge le giovani colleghe, con interesse. A volte con nostalgia. A tratti sembra quasi invidiarle, così giovani e inesperte, pubblicare pezzi importanti. Addirittura uscite con operatori per riprese video. Interviste. Commenti. Lei che si riteneva privilegiata perché non aveva dovuto scrivere i necrologi. I tempi sono cambiati. Eppure, quell’anonimato prima, e le iniziali poi, i pezzi facili e privi di commenti, fino ad arrivare alle uscite sul campo e alle indagini in prima linea, ecco! Tutto era servito per creare la sua personalità, il suo stile riconoscibile.

I suoi occhi stanchi hanno deciso di proteggerla. Non invidierebbe più le giovani novizie per i loro pezzi importanti, se potesse leggere i loro strafalcioni. La grammatica mediocre, la consecutio temporum non rispettata, la punteggiatura uguale ovunque. Punto e virgola inesistente. Punti di sospensione a profusione. Esclamazioni rafforzate ed esagerate. Frasi chilometriche. Capoverso, questo sconosciuto! E neanche l’allineamento del testo centrato! Non biasimerebbe l’assenza del correttore di bozze. Probabilmente sarebbe solo dispiaciuta per la giovane collega, a cui è stata incredibilmente negata l’esperienza costruttiva della gavetta. E a cui nessuno ha il coraggio di dire che – prima di ogni altra cosa – dovrebbe avere padronanza del mezzo che utilizza.

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