La Sig.ra Rassegnazione

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C’è un gesto, più di altri, di una tristezza sconfinata: fare spallucce. Se poi capita quando sei solo, disteso sul letto, indeciso se abbandonarti alla sonnolenza post prandiale o immergerti nelle tue considerazioni sulla critica della ragion pura, beh! ti si materializza davanti agli occhi una figura inquietante.

Come strofinare la lampada di Aladino: solo che stavolta, anziché prendere forma un simpatico Genio azzurro che ti chiede di esprimere tre desideri (promettendo di avverarli, tra l’altro),  fai spallucce e si materializza una vecchietta malconcia, pelle rugosa, capelli spettinati, schiena incurvata, occhi spenti e sguardo rivolto verso il basso. Si chiama Rassegnazione. Si ciba di mediocrità e abitudine, noncuranza e indolenza. E si manifesta con il gesto delle spallucce.

Eppure un tempo è stata una donna giovane e volitiva: piena di risorse e di idee, di profondità e sensibilità, brillante e intelligente al punto da far paura. Piano piano le cose intorno hanno iniziato a perdere senso e significato, i giorni sono diventati tutti uguali – addirittura indistinguibili la notte e il dì – e niente era più in grado di produrre in lei meraviglia o stupore.

All’ennesima caduta, un giorno particolarmente uggioso, aveva capito che non valeva più la pena rialzarsi.  In fondo – pensava – più in basso di così non posso andare. Almeno sono certa che smetterò di cadere. Smetterò anche di ferire ulteriormente ferite ancora sanguinanti.

Eppure, se solo avesse racimolato le ultime forze per muovere i muscoli del collo e voltare così lo sguardo verso l’alto, avrebbe ammirato le stelle. Perché è da distesi che si vede il cielo.

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