NoveMaggioDuemilacinque

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Otto anni fa, 9 maggio 2005 ore 18:00

Lello, il mio capo, si avvicina alla scrivania: Valeria, vai pure a casa… Io guardo l’orologio, mancano ancora trenta minuti, e di lunedì c’è sempre lavoro in più da sbrigare. Lui insiste: hai una brutta tosse, riguardati, ci vediamo domani.

È vero, un po’ me ne vergogno pure, perché da un paio d’ore i colpi di tosse sono sempre più lunghi e frequenti, e a volte ho la sensazione di non riuscire a respirare.

Mi alzo dalla scrivania più perché temo di infastidire i colleghi che per la voglia di tornare a casa. Mi gira un po’ la testa. Lello mi sorregge. La gamba destra “tira”, sento una piccola fitta. Per un attimo penso che potrei avere un’appendicite, i sintomi sono quelli che ho sentito descrivere decine di volte. Ma no, tranquilla – mi dico – sono stata seduta troppe ore, e invece avrei dovuto sgranchire le gambe. Raccolgo in fretta la mia roba, saluto tutti velocemente, e mi avvio verso la porta.

18:20

L’autobus è puntuale – stranamente e per fortuna – ma è stracolmo. Il lungomare di Salerno a quest’ora è un incanto. Chiedo timidamente che qualcuno mi lasci un posto a sedere. Grazie, sa, sto poco bene.

19:00

Il tragitto fino a casa è infinito. Le luci, i colori, le voci… tutto mi attraversa senza coinvolgermi. Mi sento stordita, sarà la folla accalcata stile scatola di sardine o forse le fermate ogni cento metri. La mente va alla metro di Lille nel 1996 già senza conducente, nessuna frenata brusca, nessuna accelerazione violenta. Penso alla fermata art déco di Parigi e vedo la scritta Metropolitain di ferro verde davanti a me. È la mia, devo scendere. Gli scalini del 10 sono più alti del solito. Nella centrale piazza del comune incontro Antonio. Lo scambio per un clochard, lui mormora qualcosa e io gli rispondo che il mio francese è troppo elementare per capire cosa mi dice. Sto delirando, ma ancora non lo so.

19:10

Sento chiamare più volte il mio nome, ma il cortile di casa è deserto. Mi avvicino alle scale, e mi accorgo che faccio fatica a salire. La voce si fa insistente. È la mia vicina che vuole chiacchierare come al solito. Mi chiama dal balcone. Non la ascolto nemmeno. Sono molto stanca, scusami Stefania, mi infilo sotto la doccia e vado a letto. Ci vediamo domani.

Oggi, 9 maggio 2013, ore 19.18

“Domani”. Pensiamo ingenuamente che ci sarà sempre un domani. Lo diamo per scontato, come se fosse dovuto, come se fossimo immortali. E c’è addirittura chi non riesce a vivere se non proiettato nel futuro. Quante volte ci ripromettiamo di farlo domani? E non è neanche un problema, se sono i piatti da lavare o i vestiti da stirare, o se è quel lavoretto di fai da te in giardino. “C’è sempre tempo”. Ma quando rimandiamo la visita alla vecchia zia o quel viaggio in capo al mondo tanto desiderato, dovremmo sempre pensarci un po’ di più sulla nostra tendenza a procrastinare. Potrebbe non esserci più il tempo.

19:27

Non ho mai avuto così tanto sonno. Mi sdraio sul letto, giusto un attimo per riprendermi, alla doccia e alla cena penserò più tardi. Certo che se questo dolorino non scompare… domani mattina andrò dal medico. E se fosse davvero appendicite? E come faccio con l’agenda? Gli appuntamenti? Ma no, Vale, hai solo bisogno di riposare…

21:00

Tania, la mia coinquilina, bussa alla porta. Mi sono svegliata sentendola entrare in casa. Guardo l’orologio: sono già le nove e neanche mi sono accorta di aver dormito. Lei mi saluta con un sorriso, mi vede a letto e si scusa per avermi svegliata. Ma figurati, nessun problema.

Pur abitando nella stessa casa, per una serie di coincidenze non ci vedevamo già da tre giorni. Parliamo un po’ di questa stranezza e ci raccontiamo come è andato il weekend. Sono di nuovo lucida, ci voleva proprio questo pisolino. Mi dice: ho tante scartoffie da portare domani in tribunale, mi presti la tua borsa grande? Ed io: sai che non so dove l’ho messa? Devo cercarla. E lei: no, dai, non alzarti dal letto, magari la cerchi domani… In realtà non è neanche urgente, volevo solo salutarti, stavo già salendo in camera mia, poi ho pensato che non ci vediamo da venerdì  e sono tornata indietro…

Ma io mi sto già alzando. O meglio, ci provo. Sento una fitta alla gamba, barcollo, non riesco a camminare. Adesso mi sto trascinando. Ma che succede???

Io e la mia amica ci scambiamo uno sguardo interrogativo. Le racconto di come un paio d’ore prima io abbia avuto stordimento e capogiri e poi tanto, tanto sonno. La gamba mi fa male, proprio non cammino, posso solo trascinarla. Tania mi suggerisce un massaggio. Sfilo i jeans – mi ero praticamente buttata sul letto senza spogliarmi – quando notiamo uno strano gonfiore all’altezza del ginocchio e un colore rossastro della pelle che non promette niente di buono. Qualcosa non va. Decisamente.

Dobbiamo chiamare la guardia medica! Bisognerebbe sempre avere i numeri d’emergenza a portata di mano, ma non ci ho mai pensato prima. Non è scontato, ma sarebbero dovuti passare sette anni per avere Siri sempre pronta ad indicarti ciò di cui hai bisogno. Panico. Dov’è l’elenco? Bussiamo al vicino di casa! Dov’è la “G”? Ah, si… Gaa..gae..gi..go…guuu!! Guardia medica! Ma quale? In che quartiere siamoooo??????

La dottoressa dice che non può uscire per una gamba gonfia. Io non posso andare da lei, perché non ho la macchina.
Se non è roba da guardia medica, mica posso chiamare il 118.
Ah sì, mia cugina è medico al 118. Certo, a Catanzaro, 350 chilometri più a sud. Vabbè io la chiamo, provo a chiederle un consiglio.

Rosa risponde subito. Ciao Vale, avevo il cellulare in mano perché stavo per spegnerlo. Mi dice con calma che devo andare in ospedale: niente di preoccupante, ma meglio se ti fai vedere. Ed io spavalda: va bene, domani ci vado, adesso che posso fare? Un massaggio? Qualcosa? Lei ribadisce con forza: vai adesso in ospedale, chiama il 118. 

Tania intanto ha chiamato un amico automunito. Sento che gli chiede di raggiuncerci subito a casa. Lei insiste, alza la voce, volano parole grosse. Scoprirò che lui era appena uscito di casa per un appuntamento, ma ha accettato controvoglia di cambiare programma dopo aver sentito Tania incredibilmente incavolata.

Mia cugina mi richiama dopo un paio di minuti appena. È arrivata l’ambulanza?!?
Ma no – rispondo io – ci vado da sola in ospedale, mi accompagna un amico. E poi, scusa, avevi detto di non preoccuparmi… Stai tranquilla, ti richiamo appena sono in ospedale.

Un attimo di lucidità. Ok, sto per andare in ospedale, devo rivestirmi e prendere i miei documenti. Ma i jeans non mi entrano più, si fermano a metà coscia.

Intanto mia cugina mi richiama, mi obbliga a chiamare i miei genitori. Ma va – dico io – li chiamo domani, che li faccio preoccupare a quest’ora a centinaia di chilometri di distanza?

E lei: se non lo fai tu sono costretta a farlo io.

(E come no? – penso io – così pensano che ho avuto un incidente e sono morta).

Ok, ok, li avverto io.

Risponde papà. Mi dice che quella mattina il giro d’Italia è partito proprio dal lungomare di Catanzaro. Mamma si è procurata la prima abbronzatura con la scusa di vedere tutti i ciclisti.
Beh, sentite, io ho la gamba un po’ gonfia, forse mi ha punto un insetto. Ho chiamato Rosa, mi ha consigliato di farmi vedere da un medico.

Taccio sul fatto che neanche riesco a scendere le scale, e che per salire in macchina mi hanno dovuto sollevare di peso la gamba.

Si parte. Direzione: ospedale San Leonardo.

Dopo le 23:00

Ho perso la cognizione del tempo. Non so quanto tempo stesse passando. Poteva essere un minuto come un’ora.
So solo che la tangenziale era trafficata come non mai, che i tentativi di cercare una strada alternativa sono stati vani a causa di alcune deviazioni impreviste. Sentivamo tante sirene in lontananza. C’è stato un incidente da qualche parte, ecco perché tutto questo traffico di lunedì.
Né io né Tania, tantomeno Francesco, sapevamo quanto fossero importanti in quel momento anche i decimi di secondo.

L’unica a saperlo era mia cugina. Rosa mi ha tenuto al telefono tutto il tempo, con le scuse più banali. Alternava un dove siete? Quanto manca all’ospedale?  ad altri Cosa hai fatto oggi? Hai sentito i tuoi?

Solo al mio rientro a Catanzaro, ventitré giorni più tardi, ho scoperto che stava cercando di capire il ritmo del mio respiro. E, soprattutto, se respiravo ancora. E anche perché aveva preteso che sentissi i miei: da medico, sapeva che potevo lasciarci le penne da un momento all’altro.

L’ospedale sembrava una chimera. Sotto i nostri occhi, enorme, imponente, ma irraggiungibile. Strade interrotte, deviazioni, traffico.
Il mio respiro sempre più faticoso. Ragà, sto male davvero. 

Ma eravamo piombati nel più ovvio dei film dell’orrore: cerchi di scappare, ma non ci riesci; cerchi di raggiungere la tua mèta, ma più ti avvicini più lei si allontana; più cerchi di gridare, più non esce la voce; più cerchi di fare respiri profondi, più ti senti soffocare.

Eccoci, finalmente, al triage.
Un medico mi guarda, esattamente come se fosse un impiegato dell’ufficio postale e io in coda per pagare una bolletta. Ho la gamba gonfia, e mi fa male. E lui: diamo un’occhiata, ma comunque stia tranquilla che dovrebbe arrivare il chirurgo vascolare reperibile, l’abbiamo chiamato per quella signora laggiù.  Mi volto come un automa. Accanto alla barella della donna un uomo bofonchia nervosamente “sì.. più di 40 minuti fa.. E poi c’è prima mia moglie”.
Ma il chirurgo vascolare giunge dietro di me in quel preciso istante, mi aiuta a salire sulla barella. Grida un nome incomprensibile, un farmaco suppongo. In un attimo intorno a me occhi, mani, medici, infermieri. Qualcuno mi prende una vena, qualcun altro mi attacca degli elettrodi. Sento l’uomo di prima lamentarsi ma mia mogliee… Ma ce lo lasciamo alle spalle, la barella si muove, mi stanno spostando. Sono perfettamente lucida. Io respiro a fatica. Sento parole, ordini, nomi di medicinali.
Sono catapultata in una puntata di E.R.
Non erano ancora i tempi di House o Grey’s Anatomy.

Il chirurgo vascolare ha un aggeggio portatile attaccato alla sua cintura che sembra un microfono. È un ecodoppler. Lo punta sulla zona tra la coscia e l’inguine che tanto mi fa male. Appendicite – penso io – mi stanno portando in sala operatoria.

Lui continua a muovere quel “microfono” come a cercare qualcosa, ma niente. Poi si sposta sulla gamba sinistra, nello stesso punto corrispondente. Sentiamo il sangue che scorre. Dudùn-Dudùn-Dudùn. Si risposta a destra, preme sulla parte dolorante. Silenzio. Preme ancora più forte. Silenzio.

Dolore atroce, ma non riesco a respirare, figuriamoci a gridare. Appendicite penso di nuovo io. TVP iliaco femorale! grida lui, proprio mentre stiamo entrando in rianimazione. Embolia polmonare?! sussura al collega. Giro la testa di lato, la sento pesante. Giusto il tempo di vedere una grossa siringa infilarsi nella flebo. E poi sento incitarmi dai! respira, non lasciarci! respira!! ce la devi fare!

Io penso alle persone che non ho salutato e che non sanno che sto morendo. Rimbomba nella mia testa il silenzio di quel sangue che non scorre nelle vene, le sirene delle ambulanze che arrivano, le voci dei medici divisi tra me e la barella di un ragazzo tutto insanguinato al quale stanno praticando il massaggio cardiaco. Dev’essere quello dell’incidente che ha bloccato la tangenziale.

Silenzio, assordante silenzio.

E poi.

Un grosso respiro su una barella, la mia. Una constatazione di decesso sulla barella accanto.

Un grosso respiro come quando esci dall’acqua dopo una lunga apnea.

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