DieciMaggioDuemilacinque

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È passata da poco mezzanotte. Non lasciano che mi addormenti, appena chiudo gli occhi mi risvegliano. Non devi dormire, dicono. Ho una decina di fili attaccati ovunque. Mi chiedono se ho freddo, se ho caldo, se ho fame, se ho sonno, come mi chiamo, se so dove mi trovo. Ed io: ditemi cos’ho, devo chiamare mia cugina e comunicarglielo.

Passano i minuti. Ho sentito i miei genitori al telefono. Partiranno in mattinata. Ho detto solo della gamba, non sanno dei problemi di respirazione. Mi ha chiamato anche mia nonna, dice che prega per me.

Passano le ore. Il reparto è silenzioso. Voglio girarmi. Non puoi girarti. Devo fare pipì, chiedo che mi accompagnino in bagno. Devi farla qui a letto, ti portiamo una pala. Chiedo cos’è. Stai tranquilla. Ribadisco: ma io non posso farla qui a letto, fatemi alzare. Risposta: non puoi, il medico dice che non puoi muoverti per il momento.
Provo a sbirciare sotto il lenzuolo. Non muovere il collo. Stai ferma. Vorrei sapere come mai c’è tanto silenzio, e perché sono piantonata come una delinquente, ma capisco che è inutile fare domande.

È mattino, perché nella stanza entra luce naturale. Ho vissuto una sorta di “coma vigile” o “stordimento cosciente”. Un vero e proprio ossimoro. È tutto così strano e surreale.

Ripercorro mentalmente tutte le tappe della sera prima. Penso a cosa sarebbe successo se Tania non mi avesse svegliata, se non fosse tornata indietro sulle scale, se non avesse bussato alla mia porta, se non mi avesse chiesto la borsa, se le avessi indicato dove trovarla senza alzarmi. Penso a Rosa che stava spegnendo il cellulare. Penso a Francesco che stava per uscire. Le strade bloccate. Gli omini arancioni dell’Anas spuntati fuori dal nulla che creano un varco e ci fanno finalmente passare attraverso una stradina secondaria. L’incidente del ragazzo che era in pronto soccorso accanto a me sull’altra barella. (Gli infermieri ne parlano a bassa voce). Penso al confine tra la vita e la morte. L’ho visto morire quel ragazzo. O forse era già morto e stavano tentando le ultime manovre come si vede nei film. Si sono allontanati tutti all’improvviso, ora so cosa vuol dire “gettare la spugna”. Se ne sono andati e lui è rimasto lì.

Penso al chirurgo vascolare entrato un secondo dopo di me al pronto soccorso, e la signora dolorante che invece aspettava il suo arrivo da quaranta minuti. Il marito che reclamava il diritto di precedenza. Sento il sangue che scorre nella gamba sinistra: Dudùn Dudùn Dudùn. Sento il silenzio in quella destra. Penso che sto delirando quando vedo il chirurgo avvicinarsi al mio letto; invece ha finito il suo turno, ed è passato a salutarmi. Sono stanca, ma ancora lucida. Mi chiede con un filo di voce se lo riconosco e se mi ricordo di lui. Ieri sera era concitato e frenetico, con cuffietta e mascherina. Ora invece è così calmo, non ha pantaloni e giacchetta verde da lavoro sul campo, ma una t-shirt azzurrina a righe blu e jeans perfettamente stirati. Riconosco la montatura dorata degli occhiali.

Mi dice: hai una trombosi venosa profonda iliaco-femorale, ma ora sei fuori pericolo. Ma non ho la più pallida idea di cosa voglia dire. Lui accoglie la mia silenziosa domanda e mi spiega che si è formato un “tappo” di sangue raggrumato in una vena all’altezza dell’inguine, la cui ragione va ancora appurata. Ma stai tranquilla, starai con noi qualche giorno e lo capiremo.
A causa di questo tappo il sangue continuava ad entrare nella gamba attraverso l’arteria, senza poter tornare indietro però perché la vena è ostruita. Il tappo era esattamente dove io premevo e tu sentivi tanto dolore. Questo è il motivo per cui la gamba si è gonfiata così tanto, è come continuare a soffiare in un palloncino, si gonfia.. si gonfia fino a quando la pressione è così forte da scoppiare. Il trombo, si chiama così il “tappo”, è scoppiato via come un tappo di spumante, frantumandosi in tanti piccoli pezzi. Quindi ogni singolo grumetto di sangue è tornato in circolo, ma arrivando ai polmoni si è bloccato di nuovo, e questo è il motivo per cui non riuscivi più a respirare. E questo vuol dire che hai anche avuto un’embolia polmonare.

Però io avevo già smesso di capire le sue parole quando ha sollevato il lenzuolo che mi copriva. Lui parlava di medicinali anticoagulanti, di pericolo di altre piccole crisi respiratorie, di danni perenni alla circolazione della gamba, di valvole incontinenti, di calze elastiche antiestetiche e costose, di lunga riabilitazione, ma io ormai vedevo solo la mia enorme gamba. Completamente viola. In quel momento non sembrava neanche appartenere al mio corpo. Guardavo inorridita mentre lui continuava ad osservare.

Stai già meglio. Poche ore ed hai già un colore più umano. Ed io pensavo: ma ho la gamba viola ed è il doppio dell’altra! Ma non avevo il coraggio di fiatare. Quando poi mi ha detto che per tornare alla dimensione normale ci sarebbero voluti almeno un paio di anni, finalmente ho aperto bocca: sì, ho capito, ma io quando posso tornare a casa?

E poi un sorriso dolcissimo e una leggera pacca sulla spalla. Stavi per morire e ti abbiamo tirato dai capelli, per ora preoccupati solo di essere viva.

ore 9:45
Due parole nella mia mente: fuori pericolo. Fuori pericolo. Fuori pericolo. Seguono il ritmo delle rotelle del letto che scivolano veloci sul pavimento. Neon accesi sparati negli occhi, allarmi antincendio, fili elettrici, tubi d’acciaio. Immobile nel letto, il soffitto scorre veloce su di me. Il buio e il silenzio della rianimazione lasciano il posto a voci che si salutano, domandano, rispondono, ridono, chiacchierano.. e a una luce innaturale e fredda di quei neon orrendi che si trovano solo negli ospedali – ah, giusto, sono in un ospedale – oltrepassiamo una porta rosso lacca, un cartello di plexiglass blu elettrico mi avverte che sto varcando l’U.O. di medicina d’urgenza, direttore dott. G.Caputo. Per me si va… tra la ritrovata gente.

ore 10:30
Ehi.. sei sveglia? Un ragazzo con gli occhi verdi mi sorride. Ma non c’è nessuno qui con te? 
Ha una casacca bianca. Sul taschino c’è ricamato “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”. Biro nera.
Tesserino di riconoscimento. Gennarino. Il cardigan di lana blu mi dice che è un infermiere.
Ti ho portato un po’ di latte stamattina, ma non l’hai ancora bevuto?! Si sarà raffreddato… Aspetta, provo a vedere se riesco a scaldartelo un po’.  E scompare.
Mi guardo attorno: donne che si lamentano, una che ripiega meticolosamente della biancheria, una è così immobile e pallida che temo sia morta. Penso ai miei genitori che sono per strada, sulla Salerno-Reggio, sicuramente agitati. Ho fatto bene a dire che è stata solo una trombosi. Ritorna Gennarino, orgoglioso della sua ciotola sbeccata di latte fumante. Non ho mai bevuto latte caldo, nè tiepido, in vita mia. Solo freddo. Ma lui è stato così gentile con me, non posso che accettare.
Sorseggiando come posso (resterò semi-sdraiata per otto giorni), mi rivedo a Parigi, sul ciglio di una strada larghissima in pieno centro. Katia si è fermata ad osservare una vetrina che a me non interessa. È l’aprile del 1996. Un’automobile arriva da lontano, e rallenta vistosamente, fino a fermarsi. Mi accorgo di  trovarmi sulle strisce pedonali. Questo tizio con la barbetta si è fermato per farmi attraversare, e io, non posso rifiutare, proprio no.
Aspetto che riparta e si allontani prima di tornare indietro, e sento Katia che mi chiede perché ho attraversato.

Arrivano altri medici, non li ho mai visti prima. Hanno il camice stirato con le penne nel taschino, quell’aggeggio appeso al collo per auscultare il cuore. E poi un carrellino con le cartelle cliniche. Siamo in sei nella stanza. E discutono di ognuno di noi. Arrivati al mio turno passano avanti. Lei è l’embolia polmonare, dice uno di loro. Guardo il suo cartellino. Giovanni Gambardella. Mi pizzica l’alluce e mi sorride: starai con noi un po’ di tempo, avremo modo di conoscerci. E va via.

Ventitré giorni dopo, al momento delle mie dimissioni, il dottor Giovanni Cammardella (ho storpiato il suo cognome per due o tre giorni prima di capirlo), mi dirà che detengo il record di permanenza in medicina d’urgenza. Diventeremo ottimi amici. Ma questo ve lo racconterò un’altra volta. E vi racconterò anche dall’emozione che ho provato quando dopo otto giorni di totale immobilità mi hanno permesso di girarmi su un fianco. Una vera conquista.

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