The Floating Piers

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Non mi intendo granché di Arte, men che meno di quella moderna o contemporanea. È più facile, per me, rimanere coinvolta da un dipinto o una scultura del Seicento, piuttosto che da una passerella galleggiante che dà l’impressione di farti camminare sull’acqua. Ricordo la mia perplessità di adolescente nell’osservare la Testa di Toro di Picasso, realizzata col sellino e il manubrio di una bicicletta. Mi spiegarono che l’Arte è intuizione. Poi fu la volta dei tagli sulle tele di Lucio Fontana. Per non parlare della Merda d’artista (contenuto netto gr.30, conservata al naturale, prodotta ed inscatolata nel maggio 1961) di Piero Manzoni. Tant’è. A volte sono perplessa, a volte stupita, a volte ammirata. L’ultima volta ho addirittura pianto davanti al Mosè di Michelangelo (ma, appunto, non è arte moderna), speravo fosse la sindrome di Stendhal, ma era solo la calca del giorno di Pasquetta, e il caldo stranamente soffocante di fine marzo. Ma ogni volta, sempre, e ancora una volta, e ancora una volta per sempre curiosa. E pronta a partire.

Oggi rifletto sulla spinta dell’Arte. Migliaia di persone che hanno saputo dell’esistenza al mondo dell’artista Christo il giorno dell’inaugurazione di The Floating Piers – o qualche giorno prima – si saranno spinti fino a quei posti incantevoli per dire di esserci stati, chissà. C’erano anche gli appassionati, certo. Li ho sentiti discutere di come il tessuto giallo assuma varie sfumature in base a quanta acqua assorbe e a quanto sole lo asciuga. C’erano anche quelli che volevano sentirsi parte integrante dell’opera d’arte. Chapeau.

Ci sono state le rubriche di moda dei settimanali femminili con consigli su come vestirsi per affrontare il percorso. Niente tacchi, ca va sans dire, e non dimenticate un particolare arancione che faccia pendant, ma attenzione: non rischiate il too much. L’arte genera arte, e in fondo ci vuole arte anche per scrivere queste cose.

Io non mi intendo di Arte, per me il criterio necessario, indispensabile e non sufficiente è che mi provochi emozione. Poi va bene tutto. La mia riflessione oggi, a passerella smontata, a chilometri di tessuto ripiegato e pronto ad essere venduto ai feticisti dell’arte che conserveranno i dieci centimetri quadrati come reliquia, è di altro tipo. Perché il percorso, per come è stato pensato, non ha aggiunto niente di nuovo alla zona del lago d’Iseo, se non un punto di vista privilegiato. La mia domanda è: quante delle persone che hanno camminato galleggiando ne avranno approfittato per conoscere le meraviglie della zona (e ce ne sono a bizzeffe)? Quanti invece avranno trascorso sulla passerella giusto il tempo del selfie d’ordinanza? (con outfit come da suggerimento, colori chiari e tocco d’arancio per un accessorio, preferibilmente la cintura o le astine degli occhiali da sole).

Io vorrei vedere lo stesso fiume di persone per il Cenacolo di Leonardo, per i Prigioni di Michelangelo, per le Scuderie del Quirinale, per i mosaici di Ravenna, per Giotto ad Assisi, per l’Abbazia di San Galgano a Chiusdino, per il parco archeologico di Paestum, quello di Sibari e quello di Locri Epizefiri. Vorrei la stessa gente alla “nostra” cattedrale di Scolacium, per la cattedrale di Gerace, la Cattolica di Stilo, e per tutta la Calabria della Magna Graecia.
Con ingresso gratuito, però. Perché l’Arte è di tutti ed è capace di generare ricchezza anche senza imporre un biglietto. Chiediamolo agli albergatori, ai ristoratori, ai venditori ambulanti di bottigliette d’acqua e di souvenir. Chiediamolo a chi paga migliaia di euro per un’inserzione pubblicitaria su una rivista di viaggi. Chiediamolo ai visitatori della National Gallery o del British Museum di Londra. Perché loro non pagano un biglietto all’ingresso, trovano una cassetta di plexiglas con la fessura per inserire monete e banconote per “aiutare a mantenere gratuito l’ingresso”. E, incredibile a dirsi, lasciano contributi notevoli, anche più di quanto costerebbe un biglietto d’ingresso.  Ah, povera Italia, non solo non sappiamo tutelare e valorizzare i nostri tesori, non sappiamo neanche trarne ricchezza.

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