Enjoy the Silence

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Il silenzio, questo sconosciuto. C’è ancora chi fa finta di credere che sia una banale interruzione della comunicazione, ma in realtà conosce bene la sua potenza espressiva. Il silenzio contiene emozioni e pensieri che spaventano. Di cosa ci sta privando chi sceglie di non dire? Della sua presenza? Del suo affetto? Della sua comprensione? E se è vero che c’è un tempo per parlare e uno per tacere, come dovremmo noi reagire ad un silenzio che ci viene imposto?

Sono stati scritti fiumi di parole, di canzoni, di musica. Si gioca al gioco del silenzio. C’è la regola religiosa del silenzio. C’è la regola militare del silenzio. C’è il rito del minuto di silenzio. Il suono del silenzio.

E poi c’è la regina del silenzio, insieme alla regina della luce. Condividevamo la stanza da bambine, io e mia sorella. Perennemente in disaccordo su tutto. Una ordinata, l’altra un po’ meno; una voleva dormire al buio, l’altra con la luce; una voleva chiacchierare prima di addormentarsi, l’altra al massimo ascoltava un po’ di musica con le cuffie; una voleva svegliarsi naturalmente coi primi raggi del sole, l’altra voleva il buio totale fino al suono della sveglia; se una aveva caldo, l’altra aveva freddo; una voleva giocare quando l’altra doveva studiare, e viceversa.

E fu così che ci inventammo la storiella delle due regine. A turno, impersonavamo la regina del silenzio e quella della luce. Chi in quel momento poteva decidere di stare al buio non poteva però decidere anche di stare in silenzio. Con tutte le diverse combinazioni possibili. Se la regina del silenzio diceva “buonanotte”, da quel momento non si poteva più parlare. Se la regina della luce chiudeva gli scuri della finestra non si potevano riaprire. E io non ho mai capito quale regina preferissi impersonare. Perché io ero quella che voleva parlare prima di addormentarsi e voleva il buio pesto di notte per dormire, ma luce presto al mattino per poter leggere a letto. Incontentabile, insomma. Ma non è una novità che io lo sia.

Il silenzio mi sta stretto. E anche questa non è una novità. Spesso lo subisco, e mi fa male. Passo il tempo ad interrogarmi sul suo significato, cerco di convincermi che vada rispettato in quanto volontà di altri, mi impegno a fare altro per non pensarci. E più provo a distrarmi, più quel silenzio rimbomba come un urlo. Il silenzio sta gridando una assenza, una mancanza, un pensiero che non vuole essere condiviso con me. Rende estranei e distanti, quasi sconosciuti. E stai lì ad aspettare una parola, un segno, un simbolo che ti liberi dalla difficoltà di gestire il silenzio. E in cuor tuo speri sempre che il silenzio sia la giusta preparazione ad un piacevole scambio. Di parole, di gesti, di suoni. Il silenzio prima dell’armonioso suono.

Ecco, come quegli attimi in cui gli orchestrali scaldano i fiati e le corde, ognuno con una nota diversa, ognuno col suo tempo, sembra un’accozzaglia indefinita che produce rumore. Poi la bacchetta del direttore d’orchestra batte due volte sul leggio ed ecco il silenzio. È quasi un silenzio cosmico, prima della creazione. Poi quattro quarti e all’unisono si leva al cielo la melodia.

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