L’ultimo fendente

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L’ultimo fendente arrivò tra capo e collo. La sciabola vibrò, dall’alto verso il basso, tra le mani chiuse in un pugno. Lei sapeva che si trattava del colpo di grazia, e non ebbe pietà. L’altra era inerme, lo era sempre stata, non poteva far altro che accusare l’ultimo colpo come aveva fatto con tutti gli altri. Ebbe giusto il tempo di vedere ancora una volta quella saccente smorfia sulle labbra dell’assassina. La superbia, la cattiveria e la bruttezza dell’anima erano tutte racchiuse in quella smorfia. Anzi, l’anima no: quella creatura non aveva più un’anima, da quando l’aveva venduta al suo demone padrone. La finzione, la recita e l’inganno avevano avuto la meglio. La grazia, l’eleganza, l’innocenza e la bontà stavano morendo insieme alla donna ferita. Il sangue si mischiava alle lacrime sul volto sofferente e intanto i ricordi di una vita si riavvolgevano veloci a ritroso nel tempo. Niente aveva più senso e tutto aveva un senso nuovo. La vita o la morte erano la stessa cosa. Si contorceva nel dolore e pensava che non era suo compito rivelare la verità, pur potendo, pur volendo, pur sapendo che sarebbe stata la via più facile. Vide le sue piume cadere a terra, una dopo l’altra, bianche immacolate schizzate di rosso sangue. Spostate dal vento, andavano a ricomporsi, il bianco mutato in rosso, il rosso mutato in nero, su quell’altra figura, che pure un tempo aveva conosciuto il Cielo prima di sprofondare nell’abisso. Le piume morte diventavano gli artigli ai piedi di quell’altra creatura, corroboravano i suoi occhi infuocati e deformi, ingigantivano le corna taurine e infoltivano la barba caprina. L’aria intorno si era fatta scura e densa, e il dolce canto celestiale si era trasformato in una grottesca risata. Il destino si era compiuto, la malvagità aveva avuto la meglio. Eppure, per ricacciare il mostro nell’inferno, sarebbe bastato un pizzico in più. Di fede. Morì in questo modo, tra lacrime e sangue.

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