Gli addii

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Immaginate un uomo e una donna, nel soggiorno della loro casa. Spostano il divano, accostano il tavolo da pranzo al muro e si mettono a ballare come tarantole e cantano a squarciagola strofe come “che ne saiiii tuuu di un campooo di granooooo???”.

Fino ad un attimo prima stavano litigando. Un attimo dopo si guardano negli occhi e anziché mandarsi vicendevolmente a quel paese, riempirsi di parole d’odio e cattiverie mai sentite prima, si guardano in faccia e cantano con tutta la voce che hanno: “conosciiii meeee… la mia lealtaaaaaaaa”… Poi invece che benedire tutto l’albero genealogico del/lla consorte e litigare finanche per chi deve portare con sé la boccia del pesce rosso, cantano allegramente “davantiii a meeee c’è un’altraaaa vitaaaaaaa…la nooostraaa è giaaaaa fiiiniiitaaaaa”… Ridendo. E scherzando. E ballando.
Ecco. Non sarebbe una cattiva idea.

E ho pronta anche la versione per due amici, che so, facciamo due cinquantenni, donne o uomini, scegliete voi. Invece che rinfacciarsi le loro vicissitudini fin dai tempi del liceo – anche oltre, facciamo all’asilo – su chi ha rubato il ruolo da protagonista nella recita mentre all’altro è toccato fare il cespuglio semovente, i due si stanno abbracciando. In silenzio. Invece che dirsi i soliti “mi hai deluso, non me lo aspettavo da te, ormai non abbiamo più niente da condividere” e così via, stanno semplicemente in silenzio. E si abbracciano. Ascoltano l’uno il ritmo del cuore dell’altro. E non si diranno neanche le consuete frasi di cortesia prima del congedo, tipo “se ci vediamo in giro ci prendiamo un caffè” oppure “se passi da queste parti citofonami” sapendo entrambi che non accadrà mai, perché quando si perde stima e fiducia se fosse possibile ci si trasferirebbe su uno dei nuovi pianeti di Trappist-1 pur di non incrociarsi per strada.

Ecco. I due malcapitati di turno anziché costruire un ricordo futuro fatto di livore, sarcasmo e dolore, derisione, pianti, isterie e scene di panico, decidono di costruire il miglior ricordo possibile, fatto di leggerezza, spensieratezza, tranquillità o allegria. Con l’ultimo abbraccio sanciranno la virtù del rispetto dell’altro, e col silenzio assorbiranno un po’ di serenità. Poi, allentando la presa, si lasceranno senza più guardarsi o tornare sui propri passi o voltarsi per un ultimo cenno. Niente. Oppure, nel primo caso, balleranno e canteranno come non avevano mai fatto, divertendosi pure. Volendo possono concludere pure con l’abbraccio, ché male non fa. Saranno stati capaci fino alla fine di non trasformarsi l’uno nell’altro, ma di continuare a conoscersi e imparare a vedere ciò che si è, arricchendosi delle reciproche differenze, anche nell’addio. Perché il nostro altro è sempre il nostro opposto e il nostro complemento. Che sia amicizia o amore poco cambia. Ed è giusto che così rimanga anche quando ci si separa. Un pizzico di allegria e serenità saranno un bel ricordo futuro e una piccola conquista.

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