La gente, la TV, Boncompagni.

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“La gente dice, la gente vuole, la gente è stufa”. In Pane, amore e fantasia (1953) Vittorio De Sica vuol saperne di più su un pettegolezzo che lo riguarda, ma Tina Pica rimane trincerata dietro un “Lo dice la ggente”. “Ma quale gente?”, insiste De Sica. “Eh, la ggente, la ggente”, ripete Tina Pica, ed intanto con il braccio disegna un ampio semicerchio.


La gente è un tutto fatto di niente. Ed in TV la gente è il nuovo soggetto politico che ha sostituito il pubblico, così come il pubblico aveva, a suo tempo, sostituito la collettività, il popolo, la folla, la plebe, il volgo e tutte quelle anfore sociologiche con cui, di norma, si è tentato di modellare la liquidità della massa.
La gente col telecomando è la stessa gente con la matita copiativa in cabina elettorale. E lo zapping compulsivo, televisivo, non è diverso dai cambi di casacca, avvolorati e sostenuti dalle scelte elettorali.

Cosa c’entra tutto questo con le polemiche di questi giorni sull’incensatura di Gianni Boncompagni dopo la sua morte?

L’ho presa alla larga, lo so.

Tralascio volutamente di narrare la storia di radio e TV dagli anni sessanta agli ottanta, anche se passa inevitabilmente da “Bonco”. E non solo per i fagioli della Carrà o i primi tentativi di mediazione senza filtri tra pubblico e media in chiamate Roma 3131. Meriterebbero un capitolo a parte.

Mi concentro su Non è la Rai. Perché il web da due giorni utilizza questa trasmissione per stabilire se Gianni Boncompagni fosse un genio o un deficiente privo di contenuti. Programma vuoto e privo di contenuti, e dunque, secondo molti, autore e regista privo di genialità. Per me l’equazione non regge, affatto.

E allora, nel mio stile, voglio fare un tuffo indietro nel passato.

Marzo 1988: De Mita subentra a Craxi alla presidenza del Consiglio. Tre mesi più tardi il ministro delle Poste, Oscar Mammì, presenta il disegno di legge per la regolamentazione televisiva. Si arrivava da un decennio di monopolio Rai aggredito dalla presenza delle reti private, su tutte Fininvest. In mezzo, i soliti problemi delle nomine dei dirigenti Rai, oscuramento delle reti commerciali, interventi di Romano Prodi presidente dell’Iri e decreti craxiani per favorire l’una o l’altra parte (sempre Rai vs Fininvest). Le vicende di quei tempi sono scritte da nomi come Zavoli, Agnes, De Luca, Tanzi, Carniti, Manca, Gelli, Occhetto, Locatelli. Tutta gente che ritroveremo più avanti, anche in famose vicende giudiziarie. Ovviamente si parla già di Auditel, di introiti pubblicitari, di violazioni di articoli del codice civile e del codice penale. E su tutte una domanda: Berlusconi può trasmettere o no?!

Torno ancora più indietro: 16 ottobre 1984, ore 12:37, le agenzie di stampa battono questo dispaccio: “Il pretore chiude Canale 5”. Rete oscurata, attrezzature sequestrate. L’Associazione degli utenti pubblicitari paventa un grave danno per l’economia. Gli spettatori di Dallas (la ggente) privati dei loro eroi insorgono, centralini intasati. L’oscuramento trasforma il lupo Berlusconi nell’agnellino, il perseguitato (termine che utilizzerà a lungo egli stesso). L’amico Craxi non impiega molto ad emanare un decreto che consente alle emittenti private di continuare l’attività. Ma ci vorrà il 1990 per avere la “legge Mammì”. Non un parto semplice: si erano visti governi boccheggiare, ministri perdere poltrone e faccia, imprenditori rimetterci soldi e aziende. Un’epoca era finita e si iniziò a parlare di pax televisiva. Tra i punti salienti, Rai e Fininvest avrebbero avuto tre reti a testa, non potevano aggiungere un quotidiano, ma erano obbligati a produrre telegiornali. Iniziava lo scontro editoriale tra Mondadori, De Benedetti e tutta l’editoria italiana, ma anche qui aprirei un’appendice che da sola varrebbe un intero capitolo.

In tutto il trambusto del decennio, il nostro Gianni Boncompagni, zitto zitto, autore e regista che fa audience perché anticipa i desideri della ggente, nel 1991 firma un contratto con Fininvest. Nei quattro anni di Non è la Rai (nomen omen, e già questo è una genialità che da sola vale tutta la fama di Boncompagni e Irene Ghergo) costruisce il personaggio di Ambra inserito nella sua formula tipica di talk show scandito da musica ed esibizione di lolite. Tralascio i dettagli tecnici sull’utilizzo della sua collaudata cifra stilistica (insistenza sui primi piani e movimenti fluidi della telecamera) perché non è qui che voglio andare a parare. Voglio solo punzecchiarvi ed invitarvi alla riflessione, anche se non siete esperti del mezzo televisivo.
Voglio ricordarvi l’avvio dell’inchiesta giudiziaria sulla corruzione del mondo politico, finanziario e amministrativo (mani pulite, toh) nel 1992, l’avvento di Forza Italia e la polemica sui Professori, il passaggio da Fininvest a Mediaset, la nascita di Forza Italia nel 1993 e le elezioni, da essa vinte, nel 1994.
In tutto ciò, gli adolescenti nella fascia tra i 13 e i 18 anni erano incollati davanti alla TV, il pomeriggio al rientro da scuola. Adolescenti che smettevano di essere solo pubblico televisivo, perché stavano per entrare per la prima volta in una cabina elettorale. Tra balletti, giochini, quisquilie e pinzillacchere una certa Ambra parlava tele-guidata dal nostro Bonco in persona, tramite famigerata auricolare.

Altro che quarto o quinto potere, truman show e big brother vari. E c’è ancora chi non crede al potere mediatico.

E il potere mediatico, guarda caso, è nelle mani degli autori e registi. O forse no?!

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