Nuvole bianche e Il volo

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Nuvole bianche

Quella stanza grande, un sottotetto. Le pareti di blocchetti di cemento, imbiancate con la calce. Niente vista: c’era solamente un lucernaio (pare che gli atelier degli artisti non necessitino di luce diretta). Pensavo al panorama che perdevo, perché doveva essere proprio bello da lassù quello scorcio sul lago di Lugano.

Dalla mia stanza vedevo un angolo di prato e poi di bosco, in lontananza le cime innevate; ma il lago, i sentieri che lo costeggiano, le case appoggiate sui bordi della sabbia mista a terra melmosa, quelli no. Li avrei visti di certo da quella mansarda se ci fosse stata una finestra, anche una piccola feritoia o un abbaino. Dal lucernaio si vedeva il cielo, è vero, ma era uno squarcio azzurro contro l’esplosione di colori nella stanza dell’artista.

Lui stava lì, con i suoi arnesi – spatole, pennelli, tele, taglierini. E l’odore forte e prepotente di acquaragia, di olio di lino. Il camice appeso ad un chiodo conficcato tra i blocchetti di cemento, e chissà come si sarà sporcato di tutti quei colori, chissà quando, perché io lui in un anno e mezzo non l’ho mai visto indossare quel camice. E ricordo le sue mani ruvide, ruvide perché usava anche la carta vetrata, ruvide perché impastava la malta ché i suoi quadri li voleva “materici”, ruvide che accarezzavano il pancione e il sorriso si faceva tenero.

Non osavo toccare nulla senza il suo permesso, sapevo di essere in un luogo sacro. Eppure lui mi esortava a pasticciare, anche in sua assenza. Ti farà bene – diceva – Sei creativa in tutto. Sei passionale. Lo sarai anche coi colori.

Ed io salivo le scale, l’ultima rampa più ripida, e mi immergevo in quell’angolo di mondo senza vista capace di aprire viste sconfinate. Mescolai il blu e il nero direttamente sul cartoncino, con l’aiuto di una spatola. Lasciavo che il movimento della mano seguisse il suo istinto. I serpentelli di tempera si schiacciavano, si spandevano, scomparivano fino a rivelare nuove forme. Quando finalmente vidi un cielo scuro, minaccioso, immaginai di rischiararlo con delle nuvole bianche. Immediatamente pensai ad un brano di Ludovico Einaudi. Mi precipitai a prendere il mio iPod – scale da scendere – perché la musica è un istinto da assecondare, un mondo che rivela altri mondi. Fu così che sognai – scale risalite – un volo nel cielo della notte. Il cartoncino immacolato lasciò spazio ad un altro cielo scuro, la spatola mescolava il blu cobalto e il nero come raffiche di vento. Nightbook. Divenire. I giorni. Le onde. E intanto la donna inespressiva prendeva forma e diventava comunicativa. Le donai braccia e gambe lunghe e sottili, l’ovale del viso perfetto, verde. Non disegnai né occhi, né naso, né capelli. Solo la bocca. Le regalai un vestito tutto arzigogolato di decori. Poi sul retro scrissi “IL VOLO”. Sembra davvero volare, adesso che la rivedo dopo otto anni. È bella. È un’anima bella. E di quell’atelier e del suo artista sento un briciolo di nostalgia.

Il volo
Il volo

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