Un paio di scarpe

Vincent Van Gogh, Un paio di scarpe
Vincent Van Gogh, Un paio di scarpe, 1886, Van Gogh Museum Amsterdam

Le stringhe delle scarpe erano sfilacciate – non che fosse la prima cosa che aveva notato di lui. C’era l’attaccatura dei capelli, a picco, che lo faceva somigliare a Vegeta (però del super sayan non poteva vantare la chioma a fiamme). E ancora più evidente era la linea delle sopracciglia, ininterrotta da un occhio all’altro, simile al monociglio di Elio e a quello di Frida.

Era persa tra questi pensieri, ma continuava a  raccontargli di sé, scrutandolo. Intanto lui asseriva che parlare con lei era come giocare una partita a scacchi.

Si era distratta ancora, perché all’improvviso l’aveva collocato in un altro cartone animato: Holly e Benji. Aveva amato quelle partite giocate ben oltre le leggi della fisica: Holly a correre su campi sconfinati e Benji a parare qualunque pallone a lui diretto. E poi il cattivo, Mark Lenders. E poi c’era lui – capelli a picco e monociglio – quello che la maggior parte delle volte che appariva in campo finiva col pallone stampato sulla faccia: Bruce Harper.

E Bruce adesso era seduto davanti a lei, inghiottito dalla poltrona, gambe nervose; e poi quelle stringhe sfilacciate che risalivano gli scarponcini passando o saltando un’asola, correndo da una parte all’altra della scarpa senza un metodo preciso – o così le era parso – e dovevano anche essersi rifiutate di concludersi in nodo e fiocco, visto che le estremità penzolavano su entrambi i lati ad altezze diverse.
Deve essere un vezzo – aveva pensato quando si era accorta, negli incontri successivi, che i lacci continuavano a fare ciò che volevano, indisturbati. Pensò ad un quadro visto ad Amsterdam, pensò al legame con la terra, alla fatica del cammino percorso lavorando, ai sentieri battuti dalla pioggia e dal vento.

Continuava ad osservarlo, quando con le gambe accavallate dondolava nervosamente il piede, o quando scrocchiava il ginocchio così come altri fanno con le dita.

Le sembrava ogni volta di cominciare da zero, eppure voleva ogni volta arrivare in fondo al pianto. Pensò a quanta fiducia dovesse riporre in quel suo monociglio, lui così ostinatamente allergico alla pinzetta o alla ceretta.  Lo invidiò per un istante: lui è oltre, si disse, oltre le apparenze e oltre la banalità del pensare comune. E poi notò la pancia che si intravedeva tra un bottone e l’altro della camicia (si sorprese a trovarla sensuale). Notò il cambio di scarpe al cambio di stagione. Si chiese quando avrebbero impiegato quei lacci nuovi a lacerarsi. Intanto  i giorni  passavano e lei si rese conto, ad un certo punto, un giorno in cui c’era poca luce nella stanza e che sul davanzale era comparso un vaso con delle fresie, che non faceva più caso ai suoi tratti, tanto erano parte di lui e del suo essere.

Scoprì che si stava perdendo in un disegno che l’aveva incantata, forse un acquerello – posato sull’unica mensola della camera. Pensò che avrebbe voluto vestirne i colori, e poi scalare la montagna e guadare il fiume. Lungo il tragitto avrebbe trovato una risposta coerente ad ogni sua emozione. E poi nel tempio, in fondo ai ricordi, avrebbe incontrato una bambina solitaria, e l’avrebbe guardata con compassione. Poco più in là, in fondo al cuore, trovò l’uomo che ne aveva avuto cura per così tanto tempo: ad ogni sua richiesta una risposta adeguata.

Singhiozzava, adesso, al pensiero che lui – monociglio e stringhe sfilacciate – invece, non l’avrebbe mai davvero ascoltata come vantava di fare, ma solo provocata. Il dolore non riconosciuto ha bisogno di materializzarsi.

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