In sogno, il terzo

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E poi, come promesso, tornò da lui per la seconda volta. Lo vide arrivare col passo calmo e i suoi capelli spettinati ma lucenti. Stringeva un plaid con una mano, e un bigliettino di carta e una penna nell’altra.

– Copriti, Robè, ché le notti estive sono fresche, anche se non sembra. Possibile che debba pensarci ancora io a queste cose?!
– Renà, il pensiero non è necessariamente pensato – disse poco convinto – almeno non consapevolmente pensato.
Poi tornò a rimuginare tra sé e sé. L’altro lo guardava da lontano, e i suoi occhi sembravano volergli carezzare il viso.
– Il pensiero si pensa da solo – continuò Roberto, mentre sistemava il plaid che gli aveva passato per coprirsi – il pensiero si autoalimenta, perché io neanche ci voglio pensare. È il pensiero che si pensa da solo dentro la mia testa.
– Vabbè, e allora…
– No, no, dove vai? – disse concitato per fermare Renato che stava già voltando le spalle. Si alzò dal dondolo di vimini e cercò di avvicinarsi, tendendogli una mano. Mi manchi, gli parve di pensare. Poi provò a dirlo ad alta voce.
L’altro capì, o forse ascoltò, comunque comprese e quindi sorrise il suo sorriso più luminoso e coinvolgente. Roberto si avvolse interamente nel plaid, e muoveva con un piede le foglie sul selciato, in silenzio, come in imbarazzo.
– Robè, guarda cosa ho imparato – ruppe il silenzio –  è cinese, si pronuncia yì rì sàn chiù – disse mentre scriveva sul bigliettino qualcosa di incomprensibile – tienilo a mente, così puoi dirmelo anche in giapponese ciò che stai pensando. Mo me ne vado, stammi bene!

Rimasto solo, Roberto entrò in casa, chiuse con un movimento veloce la portafinestra dietro di sé e tirò le tende. Si avvicinò al computer e cercò il significato di quella frase. Quando l’ebbe trovata, una lacrima bagnò il suo viso, come una carezza delicata. Si buttò sul letto e si mise a fissare il soffitto, come a volerlo sfondare e andare oltre. Raccolse tutta la voce che aveva dentro e disse, deciso:
– Renà, io ti penso per farti trovare un posto al calduccio dove tu possa riscaldarti, perché le notti estive sono fresche.
Rilesse poi il bigliettino: yì rì sàn chiù… un giorno, tre autunni.
E mentre le sue emozioni si manifestarono in mille sfumature diverse, lui si ritrovò e si riconobbe, non doveva più lottare tra la ragione, i sentimenti e la ragione dei sentimenti. Non aveva più importanza quanto tempo aveva impiegato per scoprire la sua essenza. Sentì di essere vero e vivo. Si calmò e finalmente dormì. E sognò pure.

Sul monitor rimasto acceso c’era scritto: tipico proverbio cinese usato quando ti manca qualcuno così tanto che un giorno pesa come fossero tre anni.

In sogno, il secondo.

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E poi apparve anche a me, con il suo “buongiorno, dottoressa” buttato lì in modo distratto, perché stava già pensando oltre, perché non amava i fronzoli, tantomeno i convenevoli. Concreto e pragmatico, sì, quella doveva essere la parte femminile di lui. Sistemò con una mano la cintura, con l’altra allargò il nodo della cravatta, poi saggiò la sedia e prese posto alla scrivania. Proteso in avanti, le braccia vicine e le mani unite sembravano formare una freccia che mi indicava. Guardò l’orologio, e anche questo doveva essere rimasto come gesto abituale, ma ormai inutile, perché il quadrante non aveva più le lancette. Poi parlò.

– Intanto voglio ringraziarti per il lavoro che stai facendo…
– Ma io non…
– Zitta, non parlare, almeno adesso non farmi più ‘na capa tanta! Parlo io, adesso. Ho visto quella freccia che ti ha colpita. Era diretta a te stessa, devi saperlo. Tu sei una persona speciale, e anche lui lo è. Siete due capolavori. Entrambi avete bisogno di amarvi di più, di amare voi stessi. Ecco perché quella freccia. Sei tu l’arciere e sei tu il bersaglio. Oh, non fare quella faccia. È così, da qua tutto mi è più chiaro. 
– Ma non posso essere contemporaneamente arciere e bersaglio!
– Oh, sì, invece. E questo lui già lo sa. Tu, invece, devi capirlo. Devi amarti, perché tu non ti ami. E quando te ne accorgerai, sarà il momento esatto in cui già avrai già imparato ad amarti. 
– Ma io devo chiederle una cosa: perché il nostro…
– Uffa, parli troppo. 
– Non volevo interrompere, però..
– E invece l’hai fatto e continui a farlo.
– Scu..
– E non scusarti! – interruppe bruscamente. Il tempo, il tempo è prezioso, anche dove il tempo non c’è. Io vivo senza tempo, ma parlo con te che ne hai ancora. Impara a dosare il tuo tempo! Tornerò a parlarti quando ne sarai capace! Intanto fa’ la sorella, ché sei bravissima! E aiutatevi l’un l’altra… Scemuncelli!

Si alzò dalla scrivania, e scomparve. Lui non lo sa, voleva fare il burbero, ma io ho intravisto il suo sorriso sornione.

In sogno, il primo.

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Aveva i capelli spettinati, come spesso accadeva nell’ultimo periodo della sua vita. E la barba incolta, più un nuovo vezzo che un reale disinteresse. Si piaceva così. Per anni aveva evitato gli occhiali, pur avendone bisogno, tanto che ormai quel suo strizzare gli occhi era diventato un gesto incontrollato. Poi, un giorno d’autunno di qualche anno fa, la figlia lo aveva convinto – Papo sembri più giovane così – e dunque una montatura d’osso bianco e grigio apparve sul suo naso dritto e lungo. Strizzò gli occhi ancora per un bel po’ di settimane, ma era un’abitudine che sarebbe stata destinata a scemare, se ci fosse stato il tempo.

E in questo modo gli apparve quella notte in sogno, spettinato, con la barba incolta e gli occhiali di osso bianco e grigio. Lui stava dormendo abbracciato al cuscino, col suo pigiama sbiadito tirato fin su le ginocchia. Voltò la testa dall’altra parte, girò il cuscino dal lato fresco e poi intravide quella sagoma così familiare. Non dormivano nella stessa stanza da quando erano piccoli. Seduto in mezzo al letto, aveva quell’aria seria dei momenti importanti.

– Robè, disse, dobbiamo parlarne.
– Aspè, rispose l’altro, mo c’ho sonno, fammi dormì.
– Se ti dico adesso, è adesso.
– Uà, e che è così importante?!
– Ne abbiamo già parlato una volta, mi avevi chiesto un consiglio.
– E me l’hai dato?!
– E certo, ma adesso so’ più sicuro.
– E non me lo puoi dire domani?
– E no, per forza adesso.
– E vabbuò, sentiamo. Ma papà lo sa?!
– E che c’entra u papà?!
– Renà, ‘un ti capisco, ch’a m’hai da di?!
– Robè, ogni donna tene tre caratteri: quello che tene davvero, quello che mostra e quello che pensa d’avere. Nun to scordà.
– Tutto chistu?
– Eh.
– E tu sulu pe chistu m’hai rivigliatu?
– E te pare poco?!
– Renà, va ti curca, e dormi, ch’è meglio.

Roberto si rigirò, abbracciò di nuovo il cuscino, e si addormentò. Renato sorrise, gli tirò il pigiama fino a coprirgli le caviglie, sorrise di nuovo. Poi se ne andò.

Recensioni culinarie

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Quando tua madre mette mano ai vecchi ricettari perché vuole “fare pulizie e buttare il superfluo”. E riconosci la tua scrittura traballante. E scopri che a sette anni immaginavi un pubblico di “care amiche” a cui sottoporre i tuoi consigli culinari. Annoti qua e là un “provatele!”, poi “queste sono buone”, e “queste un po’ meno”.

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Ad un certo punto, colta da imprevista urgenza di sintesi – che oggi fatico a spiegarmi – elaboro un sistema di classificazione. E quindi spiego che utilizzerò tre asterischi per il “buonissimo”, due asterischi per “un po’ meno”, un asterisco per “un po’ scarso”. Quello che mi sorprende, adesso, è dover ammettere che da bambina non ero così cattiva con le recensioni. O forse non dovrei sorprendermi, boh. Certo che oggi sarebbero più le stroncature che il resto. Abbonderebbero i “che schifo!”, “abominevole”, “indecente”, e i “cambia mestiere che è meglio”. Insomma, con la voglia di recensire ci sono nata, poi, col tempo, mi sono solo stronzificata.

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