In sogno, il primo.

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Aveva i capelli spettinati, come spesso accadeva nell’ultimo periodo della sua vita. E la barba incolta, più un nuovo vezzo che un reale disinteresse. Si piaceva così. Per anni aveva evitato gli occhiali, pur avendone bisogno, tanto che ormai quel suo strizzare gli occhi era diventato un gesto incontrollato. Poi, un giorno d’autunno di qualche anno fa, la figlia lo aveva convinto – Papo sembri più giovane così – e dunque una montatura d’osso bianco e grigio apparve sul suo naso dritto e lungo. Strizzò gli occhi ancora per un bel po’ di settimane, ma era un’abitudine che sarebbe stata destinata a scemare, se ci fosse stato il tempo.

E in questo modo gli apparve quella notte in sogno, spettinato, con la barba incolta e gli occhiali di osso bianco e grigio. Lui stava dormendo abbracciato al cuscino, col suo pigiama sbiadito tirato fin su le ginocchia. Voltò la testa dall’altra parte, girò il cuscino dal lato fresco e poi intravide quella sagoma così familiare. Non dormivano nella stessa stanza da quando erano piccoli. Seduto in mezzo al letto, aveva quell’aria seria dei momenti importanti.

– Robè, disse, dobbiamo parlarne.
– Aspè, rispose l’altro, mo c’ho sonno, fammi dormì.
– Se ti dico adesso, è adesso.
– Uà, e che è così importante?!
– Ne abbiamo già parlato una volta, mi avevi chiesto un consiglio.
– E me l’hai dato?!
– E certo, ma adesso so’ più sicuro.
– E non me lo puoi dire domani?
– E no, per forza adesso.
– E vabbuò, sentiamo. Ma papà lo sa?!
– E che c’entra u papà?!
– Renà, ‘un ti capisco, ch’a m’hai da di?!
– Robè, ogni donna tene tre caratteri: quello che tene davvero, quello che mostra e quello che pensa d’avere. Nun to scordà.
– Tutto chistu?
– Eh.
– E tu sulu pe chistu m’hai rivigliatu?
– E te pare poco?!
– Renà, va ti curca, e dormi, ch’è meglio.

Roberto si rigirò, abbracciò di nuovo il cuscino, e si addormentò. Renato sorrise, gli tirò il pigiama fino a coprirgli le caviglie, sorrise di nuovo. Poi se ne andò.

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