Il rifiuto

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Non rispondeva ai messaggi né alle telefonate, e allora sono andata a casa sua poco prima di mezzogiorno. Ho citofonato insistentemente prima di ricevere il suo “chi è?” che sembrava arrivare direttamente dall’oltretomba. Salivo le scale e pregavo “fa’ che stia bene”. Teneva la porta appena scostata, giusto lo spazio necessario per intravedere la sua testa rivolta verso il basso.

– Beh? perché non rispondi al telefono? Come stai?
– Sto…be-ne.
Non aspettavo davvero una sua risposta. Ho spinto la porta, i miei occhi erano accecati dall’oscurità. Proseguivo a tentoni, cercando di visualizzare il divano in mezzo alla stanza che dovevo superare per raggiungere la finestra.
– Apriamo un po’, c’è bisogno di luce…e di aria fresca.
Neanche sembrava la stessa casa, quella che era finita più volte sulle riviste di design. Lei intanto si riparava gli occhi, era accecata come lo ero io un attimo fa, lei dalla luce improvvisa però.
Un plaid sul divano ed un guanciale con una federa che doveva aver visto giorni migliori mi facevano immaginare che quello lì era diventato il suo letto. Intorno, a terra, sacchetti di patatine, bottiglie vuote, involucri viola di cioccolato, i cuscini da quattrocento euro ciascuno con sopra i cartoni della pizza. Anche loro avevano avuto tempi migliori. I cavalli di Hermès dovevano andare nella direzione giusta, eh. Guai se dopo esserti alzata dal divano li lasciavi a testa in giù. I cavalli devono essere liberi di correre e di galoppare, diceva. E adesso seta preziosa e cartone sporco di salsa di pomodoro si confondono tra loro, a terra, tra residui di cibo e mozziconi di sigarette.
Polvere e sporco ovunque, e lei – lei! – capelli unti e viso coperto di brufoli segnato da pesanti occhiaie.
– Stavo dormendo…
Come a voler giustificare il suo stato disumano.
– È ora di una doccia, intanto io dò una ripulita in giro.
Mi dirigo verso il bagno. Faccio scorrere l’acqua, ma lei è immobile dove l’ho lasciata, accanto alla porta.
– Guarda che non sale più nessuno, spostati di là. Arriva l’acqua calda, dai, su, sotto la doccia!
– Lo so che non c’è più nessuno. Neanche mi risponde più. Cioè.. neanche al telefono… figurati se viene qua… Lui… lui mi ha abbandonata… per sempre…
– Ah, è di questo che si tratta? Una delusione d’amore?!
– No, no… cioè…sì, una delusione, ma non d’amore.
– Vieni qua, lavati. Non esistono le delusioni, così, d’emblée.
– Esistono. E ti fanno sentire tutto il fallimento. Come persona, dico… cioè. Mi ha rifiutata. Come gli altri due. Mi ha buttata via.
– Scemotta, vieni qui e lavati. Tu sei un tesoro. Nessuno ti butterebbe via. Lavati. E lava via pure questi pensieri stupidi. Se sei stata rifiutata non vuol dire che non vali niente, che sei fatta male o che non dai emozioni. Sono sicura che lui non ha disconosciuto il tuo valore nella sua interezza. Sarebbe un pazzo.
Lei mi guardava con i suoi occhioni gonfi di lacrime, e io avrei voluto picchiarla per quanto mi faceva rabbia vedere quanto stava sbagliando.
– Guarda che qualcosa di te non è compatibile con qualcosa di lui, tutto qua! È la normalità, il quotidiano, l’estrema sintesi di ogni rapporto umano.
La guardavo mentre si spogliava, con quell’aria da bambina fragile nel corpo di una donna che pure ha sofferto cose inimmaginabili. Avrei voluto trovare le parole giuste, ma sapevo di non dover dare corda all’atteggiamento vittimistico.
– Hai valutato davvero le sue ragioni? Ne avrà pure qualcuna se è arrivato a darti il benservito.
– Sì, ce le avrà… non dico di no. Però non si fa così.
– Essere respinti non è una bella esperienza, ed è anche giusto che provochi una reazione dolorosa. Poi però passa. Passerà come è passato tanto altro. Passerà come ogni altra delusione nella vita.
– No, questo non passa.
L’acqua cominciava a scorrere sui suoi capelli e sul suo volto, mescolandosi alle lacrime. Poi chiuse di scatto le ante del box di cristallo. Ed io non capisco come ci si possa ridurre in questo stato.
– I tuoi amici dovrebbero offendersi. Guarda loro, guarda in quanti ti vogliamo bene! Noi siamo decine e decine e tu ti preoccupi di uno solo a cui non piaci! Smettila di pensare che devi piacere a tutti, scemotta.
La vedo immobile fissarsi la punta dei piedi. Potrebbe essere ovunque, non si accorge neanche dell’acqua che le scorre addosso. Apro il box e le passo lo shampoo.
– Sbrigati! ché andiamo a prendere una cioccolata calda.
Le dico che passerà, sperando che sia vero.
Essere rifiutati non è piacevole, è come morire un po’ alla volta, lentamente. Ad ogni nuovo rifiuto pensi di essere più forte, di riuscire a reagire meglio dell’ultima volta, ma non è affatto così. In realtà ogni nuovo giorno si staccherà un pezzo di cuore e si spegnerà per sempre. Le emozioni, queste maledette. Hai un cuore agonizzante che vorrebbe implodere, forse esplodere, comunque in modo definitivo; ed invece è costretto a morire ogni giorno un po’ di più.
Ogni tanto penso che non bisognerebbe lasciarsi ingannare dalla nostalgia di ciò che poteva essere. Ed invece. Non poteva essere nient’altro, altrimenti lo sarebbe stato. Fa un male cane.

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Epifania

Adorazione dei Magi, Giotto. Cappella degli Scrovegni, Padova.
Adorazione dei Magi, Giotto. Cappella degli Scrovegni, Padova.
Dodici giorni dopo la sua nascita, Gesù bambino si manifesta all’intera umanità. I Magi sono arrivati finalmente al suo cospetto, seguendo la stella di Betlemme.
“Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo” (Vangelo di Matteo, II).
I tre astronomi (o sacerdoti zoroastriani) non hanno nulla a che fare col mondo ebraico, eppure hanno percorso centinaia di chilometri per portare i loro doni al nuovo nato, e riconoscerne così la sua magnificenza.
Nel mio presepe di bambina i Magi partivano sui loro cammelli addirittura dall’altra parte della stanza, e ogni giorno, al mio risveglio, percorrevano qualche passo verso la capanna.
Ognuno di noi dovrebbe avere la sua epifania. Mostrarsi al mondo per ciò che si è. Avere il coraggio dei propri sentimenti. Il coraggio del cuore.

 

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In sogno, il terzo

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E poi, come promesso, tornò da lui per la seconda volta. Lo vide arrivare col passo calmo e i suoi capelli spettinati ma lucenti. Stringeva un plaid con una mano, e un bigliettino di carta e una penna nell’altra.

– Copriti, Robè, ché le notti estive sono fresche, anche se non sembra. Possibile che debba pensarci ancora io a queste cose?!
– Renà, il pensiero non è necessariamente pensato – disse poco convinto – almeno non consapevolmente pensato.
Poi tornò a rimuginare tra sé e sé. L’altro lo guardava da lontano, e i suoi occhi sembravano volergli carezzare il viso.
– Il pensiero si pensa da solo – continuò Roberto, mentre sistemava il plaid che gli aveva passato per coprirsi – il pensiero si autoalimenta, perché io neanche ci voglio pensare. È il pensiero che si pensa da solo dentro la mia testa.
– Vabbè, e allora…
– No, no, dove vai? – disse concitato per fermare Renato che stava già voltando le spalle. Si alzò dal dondolo di vimini e cercò di avvicinarsi, tendendogli una mano. Mi manchi, gli parve di pensare. Poi provò a dirlo ad alta voce.
L’altro capì, o forse ascoltò, comunque comprese e quindi sorrise il suo sorriso più luminoso e coinvolgente. Roberto si avvolse interamente nel plaid, e muoveva con un piede le foglie sul selciato, in silenzio, come in imbarazzo.
– Robè, guarda cosa ho imparato – ruppe il silenzio –  è cinese, si pronuncia yì rì sàn chiù – disse mentre scriveva sul bigliettino qualcosa di incomprensibile – tienilo a mente, così puoi dirmelo anche in giapponese ciò che stai pensando. Mo me ne vado, stammi bene!

Rimasto solo, Roberto entrò in casa, chiuse con un movimento veloce la portafinestra dietro di sé e tirò le tende. Si avvicinò al computer e cercò il significato di quella frase. Quando l’ebbe trovata, una lacrima bagnò il suo viso, come una carezza delicata. Si buttò sul letto e si mise a fissare il soffitto, come a volerlo sfondare e andare oltre. Raccolse tutta la voce che aveva dentro e disse, deciso:
– Renà, io ti penso per farti trovare un posto al calduccio dove tu possa riscaldarti, perché le notti estive sono fresche.
Rilesse poi il bigliettino: yì rì sàn chiù… un giorno, tre autunni.
E mentre le sue emozioni si manifestarono in mille sfumature diverse, lui si ritrovò e si riconobbe, non doveva più lottare tra la ragione, i sentimenti e la ragione dei sentimenti. Non aveva più importanza quanto tempo aveva impiegato per scoprire la sua essenza. Sentì di essere vero e vivo. Si calmò e finalmente dormì. E sognò pure.

Sul monitor rimasto acceso c’era scritto: tipico proverbio cinese usato quando ti manca qualcuno così tanto che un giorno pesa come fossero tre anni.

A.A.A. Lavoro offresi

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Sud del Mondo, sud dell’Europa, sud dell’Italia, sud del Sud e sud del Sud-ancora-più-a-sud. Bestie da soma senza contratti, senza garanzie, senza diritti, senza stipendio. “Sì, puoi lavorare per me, sarai in prova a titolo gratuito per i primi sei mesi, otto giorni a settimana, orario continuato, e disponibilità nei giorni festivi, poi vediamo come va… ma sai, per tenerti nel mio ufficio sostengo dei costi, quindi ti faccio una proposta: mi paghi un affitto simbolico della scrivania, una quota di usura computer, e un contributo sulle bollette, ma, tranquillo, sarà una cifra forfettaria, mica il vero consumo!!”.

“oh.. sono davvero contento che hai iniziato a lavorare nel mio studio! non solo mi organizzi bene il lavoro, gestisci la mia agenda, togli spam dalla mia posta… quasi quasi ti lascio le chiavi dell’ufficio: così puoi arrivare prima di me e, visto che non hai altro da fare, ti puoi mettere a pulire!! Che idea geniale che ho avuto!! Se poi ti trovi bene, posso anche decidere di licenziare la colf!! Sei proprio efficiente, dove la trovo una come te?! Mi fai anche risparmiare sulle spese!!! E sai che ti dico?! Licenzio anche il factotum!! In fondo puoi andare tu in banca e alla posta nel tempo libero, no??”

La gente, la TV, Boncompagni.

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“La gente dice, la gente vuole, la gente è stufa”. In Pane, amore e fantasia (1953) Vittorio De Sica vuol saperne di più su un pettegolezzo che lo riguarda, ma Tina Pica rimane trincerata dietro un “Lo dice la ggente”. “Ma quale gente?”, insiste De Sica. “Eh, la ggente, la ggente”, ripete Tina Pica, ed intanto con il braccio disegna un ampio semicerchio.

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Ciao, Nonna…

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Se guardo alla mia vita come ad un tempio, la immagino costruita come un Partenone al suo massimo splendore. Le pietre sapientemente accostate formano base, colonne, fregi e decori. Il tempo che scorre inesorabile, il vento, la pioggia, i bombardamenti e i saccheggi hanno iniziato a scalfirne l’aspetto. Ho perso un po’ di smalto e colore, ho lasciato cadere qua e là pezzetti delle statue del frontone, ma niente che abbia compromesso la mia solida struttura.

Fino a ieri.

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Il paese più straziato

L'orologio del campanile di Amatrice, bloccato alle 3:36, al momento della prima scossa
L’orologio del campanile di Amatrice, bloccato alle 3:36, momento della prima scossa

Non è San Martino del Carso, non è la Grande Guerra, non è il 1916, ma il #terremoto strazia allo stesso modo e lacera i cuori.

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

É il mio cuore
il paese più straziato.
Giuseppe Ungaretti.

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The Floating Piers

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Non mi intendo granché di Arte, men che meno di quella moderna o contemporanea. È più facile, per me, rimanere coinvolta da un dipinto o una scultura del Seicento, piuttosto che da una passerella galleggiante che dà l’impressione di farti camminare sull’acqua. Ricordo la mia perplessità di adolescente nell’osservare la Testa di Toro di Picasso, realizzata col sellino e il manubrio di una bicicletta. Mi spiegarono che l’Arte è intuizione. Poi fu la volta dei tagli sulle tele di Lucio Fontana. Per non parlare della Merda d’artista (contenuto netto gr.30, conservata al naturale, prodotta ed inscatolata nel maggio 1961) di Piero Manzoni. Tant’è. A volte sono perplessa, a volte stupita, a volte ammirata. L’ultima volta ho addirittura pianto davanti al Mosè di Michelangelo (ma, appunto, non è arte moderna), speravo fosse la sindrome di Stendhal, ma era solo la calca del giorno di Pasquetta, e il caldo stranamente soffocante di fine marzo. Ma ogni volta, sempre, e ancora una volta, e ancora una volta per sempre curiosa. E pronta a partire.

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In ricordo di Nazzareno D’Atanasio

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I post dei miei ex colleghi della Maran mi ricordano che è trascorso un anno dalla tragica scomparsa di Nazzareno D’Atanasio. Lui aveva appena cinquantanove anni e tanto, tanto ancora da dare.

Oggi Facebook si è riempita delle sue fotografie e vedo che la tristezza è ancora tanta e viva. Certo, dispiace sempre della morte di qualcuno che hai conosciuto e che hai stimato. Forse dispiace ancor di più quando l’età è giovane ed è un improvviso infarto a strappare un uomo ai suoi affetti.

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L’orrore: Spagna e Bruxelles


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Continuo a leggere dell’incidente dell’autobus carico di studenti #Erasmus in #Spagna. Sono sommersa da parole di cordoglio, dolore, disperazione. Ieri le biografie e i volti sorridenti delle vittime, il minuto di silenzio all’Università di Firenze, le voci e gli urli strazianti dei genitori, i commenti sulle tragiche fatalità, gli inviti a non demonizzare l’Erasmus (questa poi vorrei me la spiegassero, cosa c’entra con un incidente stradale, non lo so).

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