Recensioni culinarie

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Quando tua madre mette mano ai vecchi ricettari perché vuole “fare pulizie e buttare il superfluo”. E riconosci la tua scrittura traballante. E scopri che a sette anni immaginavi un pubblico di “care amiche” a cui sottoporre i tuoi consigli culinari. Annoti qua e là un “provatele!”, poi “queste sono buone”, e “queste un po’ meno”.

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Ad un certo punto, colta da imprevista urgenza di sintesi – che oggi fatico a spiegarmi – elaboro un sistema di classificazione. E quindi spiego che utilizzerò tre asterischi per il “buonissimo”, due asterischi per “un po’ meno”, un asterisco per “un po’ scarso”. Quello che mi sorprende, adesso, è dover ammettere che da bambina non ero così cattiva con le recensioni. O forse non dovrei sorprendermi, boh. Certo che oggi sarebbero più le stroncature che il resto. Abbonderebbero i “che schifo!”, “abominevole”, “indecente”, e i “cambia mestiere che è meglio”. Insomma, con la voglia di recensire ci sono nata, poi, col tempo, mi sono solo stronzificata.

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A.A.A. Lavoro offresi

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Sud del Mondo, sud dell’Europa, sud dell’Italia, sud del Sud e sud del Sud-ancora-più-a-sud. Bestie da soma senza contratti, senza garanzie, senza diritti, senza stipendio. “Sì, puoi lavorare per me, sarai in prova a titolo gratuito per i primi sei mesi, otto giorni a settimana, orario continuato, e disponibilità nei giorni festivi, poi vediamo come va… ma sai, per tenerti nel mio ufficio sostengo dei costi, quindi ti faccio una proposta: mi paghi un affitto simbolico della scrivania, una quota di usura computer, e un contributo sulle bollette, ma, tranquillo, sarà una cifra forfettaria, mica il vero consumo!!”.

“oh.. sono davvero contento che hai iniziato a lavorare nel mio studio! non solo mi organizzi bene il lavoro, gestisci la mia agenda, togli spam dalla mia posta… quasi quasi ti lascio le chiavi dell’ufficio: così puoi arrivare prima di me e, visto che non hai altro da fare, ti puoi mettere a pulire!! Che idea geniale che ho avuto!! Se poi ti trovi bene, posso anche decidere di licenziare la colf!! Sei proprio efficiente, dove la trovo una come te?! Mi fai anche risparmiare sulle spese!!! E sai che ti dico?! Licenzio anche il factotum!! In fondo puoi andare tu in banca e alla posta nel tempo libero, no??”

Mia adorata…

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Mia adorata,
la vostra missiva è sempre con me, nel taschino della giacca più vicino al cuore. Avete scritto delle cose a me molto care, e le rivivo continuamente al solo pensiero, che pur si rinnova e corrobora ad ogni nuova lettura. Vorrei potervi scrivere con la stessa intensità e donarvi lo stesso piacere silenzioso. Mi sento inadeguato il più delle volte, poiché temo di non poter ricambiare tanta potenza espressiva. Mi interrogo sulle vostre domande, e mi rattristo nel non potervi donare il conforto di una risposta. Voi siete così giovine…  La felicità è dentro di voi ed intorno a voi si irradia come i raggi del sole. Da quando vi ho lasciata rivivo nella memoria le carezze silenziose dei vostri occhi, e i miei occhi non aspettano altro che di rivedervi. La necessità mi costringe ad aspettare, ed io vi prego di avere pazienza, ma sappiate che non ho altro desiderio che questo.
Sempre Vostro…

Cos’è il matrimonio?

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Allora Almitra di nuovo parlò e disse: che cos’è il matrimonio, maestro?
E lui rispose dicendo: voi siete nati insieme e insieme starete per sempre. Sarete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni. E insieme nella silenziosa memoria di Dio.
Ma vi sia spazio nella vostra unione, e tra voi danzino i venti dei cieli.

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Dimentica!

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Come se le vecchie cicatrici della pelle si riaprissero tutte insieme, all’improvviso, e sanguinassero.

Immagina: il taglio sotto al mento, quello causato dalla corsa in bici per la prima volta senza rotelle; la sbucciatura al ginocchio, quella che appena iniziava a rimarginarsi cadevi ancora e ti facevi male di nuovo lì; la cicatrice a forma di triangolo sul piede, quella volta che hai fatto una rampa di scale rotolando. E poi tutte le cicatrici che hai voluto e cercato: con le forbicine, i taglierini, le sigarette accese.
Ecco: immaginale adesso, tutte aperte, tutte sanguinanti.
Immagina anche la cicatrice più profonda che puoi ancora procurarti, quella al cuore.
E adesso dimentica tutto.

Un paio di scarpe

Vincent Van Gogh, Un paio di scarpe
Vincent Van Gogh, Un paio di scarpe, 1886, Van Gogh Museum Amsterdam

Le stringhe delle scarpe erano sfilacciate – non che fosse la prima cosa che aveva notato di lui. C’era l’attaccatura dei capelli, a picco, che lo faceva somigliare a Vegeta (però del super sayan non poteva vantare la chioma a fiamme). E ancora più evidente era la linea delle sopracciglia, ininterrotta da un occhio all’altro, simile al monociglio di Elio e a quello di Frida.

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L’oblio

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In quel preciso istante annusò il dolce frutto del loto, decisa anche a mangiarlo, perché capace di donare l’oblio del passato e l’allontanamento dei desideri. Dimenticare è una necessità, pensava sicura tra sé e sé. Dimenticare è anche una trappola ambigua, aggiunse un suo pensiero arrivato da chissà dove.

È questo che accadde agli uomini di Ulisse, quando pensarono di aver trovato il paradiso nella terra dei Lotofagi. Essi non ricordavano più l’amore per la loro patria, il desiderio di tornarvi, gli affetti che lì avevano lasciato. Era davvero necessario dimenticare le peripezie e il dolore? O c’era un’impresa ancor più grande da completare?

E fu così, proprio pensando ad Ulisse e ai Lotofagi, che le sorse il dubbio: era davvero dimenticare ciò che desiderava?