Quando le dita sulla Lettera 22

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Passarono mesi prima che lei potesse pubblicare qualcosa a suo nome. Iniziò a firmare con un generico “redazione”. Poi arrivò il tempo delle sue iniziali puntate. Ma forse era già passato un altro anno. Del resto, era solo una tirocinante. Niente di importante, intendiamoci, era solo gavetta. A quei tempi, era già un lusso saltare a piè pari la stesura dei necrologi e occuparsi direttamente dei comunicati stampa delle forze dell’ordine. E per questo era stata additata come la raccomandata di turno.

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Ma che vuol dire “pitopitico”?!

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Eravamo piccini, io e i miei fratelli, quando capimmo che gli adulti a volte – nei cosiddetti momenti topici – hanno bisogno di concentrazione e non devono essere assolutamente disturbati. E allora si giocava silenziosamente, aspettando l’attimo liberatorio in cui potevamo riprendere a fare baccano. Doveva esserci sembrata un’espressione assai curiosa, e iniziammo ad usarla anche noi.

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Lettere d’amore e ceralacca

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Nonno Amilcare, nato non nel secolo scorso, ma nell’altro ancora, aveva un timbro d’ottone con le sue iniziali. Mi sembra di vederlo: scrive una lettera alla sua amata, padroneggiando con sicurezza penna e calamaio, senza sporcare d’inchiostro la carta vergata a mano. Poi scioglie la cera nel punto in cui i vertici della busta convergono, e appone il suo timbro con decisione.

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Quante polemiche per #petaloso!

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Quante polemiche social su #petaloso! Qualcuno grida allo scandalo, perché gli esperti di pedagogia dicono che le storpiature della lingua da parte dei bambini vanno stroncate sul nascere. Altri si chiedono quanto sia corretto grammaticalmente, molti rispondono che se è giusto il “peloso” corrispondente a pieno di peli, anche il “petaloso” pieno di petali è valido.  Il punto, come al solito, è che siamo abituati a commentare senza prima esserci informati.

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Il piccolo Matteo inventa la parola #petaloso. La Crusca approva.

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Nel momento in cui a Milano un emozionato quindicenne ricordava con affetto il nonno #UmbertoEco, una maestra di Copparo, in provincia di Ferrara, leggeva in classe una lettera dell’#AccademiaCrusca, giunta in risposta ad un quesito di un suo alunno.

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Social: diritto di parola agli “imbecilli”?

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La dipartita di un personaggio famoso scatena, come di consueto, la caccia agli aforismi più celebri. Tra le frasi riesumate nel doveroso ricordo di Umberto Eco, quella estrapolata dalla lezione dello scorso giugno all’università di Torino ha suscitato indignazione.

“I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”.

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La più bella età: quindici anni (quasi sedici).

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Roby… Per tutto il giorno ho avuto in testa una canzoncina che fa: quindici anni – quasi sedici – questa è la più bella etàààaa… e come di solito succede, più avrei voluto levarmela dalla mente, più mi sono ritrovata a canticchiarla senza neanche accorgermene. Avevo più o meno sedici anni, come te adesso, quando ho visto per la prima volta in tv un vecchio musical, e di tutto il film mi è rimasto impresso solo quel motivetto, proprio perché mi sembrava assurdo che qualcuno potesse ritenere che quell’età fosse la più bella!

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Grazie, Professor Eco.

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Il mio approccio ad Umberto Eco non è stato dei più semplici: era il 1996, e il suo Trattato di Semiotica Generale è stato il primo libro acquistato per la prima materia all’università. Testi d’esame complementari Lector in Fabula e il fresco di stampa Kant e l’Ornitorinco. E dire che in gioventù non avevo neanche iniziato Il nome della rosa perché mi sembrava inaccessibile. Poi te lo trovi davanti, maestoso ed imponente come gli Illustrissimi Professori, perfettamente puntuale nel suo ritardo accademico di quindici minuti, e non hai neanche il coraggio di pensare che non ci stai capendo niente. Dopo due ore era già amore incondizionato.

Oggi non è morto Umberto Eco. L’intellettuale umanistico italiano più famoso al mondo resterà per sempre con chi avrà la voglia di addentrarsi nel suo pensiero e continuerà a portare avanti le sue idee e la sua ricerca. Basterà aprire un suo libro e leggere (o rileggere).

Grazie, Professore.

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La Ragione dell’Informale

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Entro in punta di piedi nella grande galleria che ospita le opere più recenti del Maestro Alberto Badolato. Mi sorprende che i quadri non abbiano un testo di accompagnamento, ma è solo un attimo. Rapita dai colori e dalla materia protagonista assoluta, realizzo che mai come ora tutto ciò che è in grado di veicolare un messaggio è testo: che sia verbale, o visivo o tattile ha poca importanza.

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